domenica 12 maggio 2013

Fatima.


"Ed io porrò una ostilità tra te e la donna e tra il lignaggio tuo ed il lignaggio di lei, tu gl'insidierai il tallone ed esso ti schiaccerà la testa" (Gn, 3, 15). E' il 13 Maggio 1981, quando a Roma, in Piazza S. Pietro, trova il suo drammatico e tragico epilogo ed il suo compimento una profezia risalente a 64 anni prima. Padre Pio da Pietrelcina, oggi doverosamente agli onori degli altari, ne è un anello di congiunzione: aveva incontrato a suo tempo un giovane e brillante sacerdote polacco di nome Karol, e prima della morte ebbe il dono di poter vedere il simulacro della Madonna di Fatima portato direttamente da lì in elicottero. E' il 13 Maggio 1917 quando in Portogallo, a Fatima (è il nome della quarta figlia del profeta Maometto, dovuto all'occupazione araba), dopo la Santa Messa, a Lucia, Francesco e Giacinta, rispettivamente di 10, 9 e 7 anni appare la Madonna. Il mondo è attanagliato da problemi gravissimi, sfociati e nel primo conflitto mondiale, e, in Russia, nella rivoluzione. La Madonna chiede la conversione, la preghiera, soprattutto del Santo Rosario, la consacrazione al suo Cuore Immacolato: ci sarà così la fine della guerra, ma poi una grande crisi e una guerra peggiore, poi la caduta delle ideologie, la Pace. Ci saranno comunque anche grandi tribolazioni per un "Santo Padre", nel quale non è difficile identificare la figura di Pio XII. Lucia consegna però alcune delle rivelazioni alle mani del Papa e lascia alla sua discrezionalità la pubblicazione delle stesse. Qualcosa tuttavia trapela, ma sarà vero oppure no, chissà. In una città semidistrutta dalle lotte, un uomo vestito di bianco, ch'era venuto da lontano, avanza, ma poi è colpito e cade. Subito soccorso, rimasto tra la vita e la morte, Giovanni Paolo II avrà la vita e porterà avanti quello che forse è stato il più importante pontificato della Storia, senz'altro del Novecento, e, un segno grandioso, non solo nella salvezza della sua vita quel giorno, ma nel mondo: il dissolvimento senza alcuno spargimento di sangue dell' Unione Sovietica, ultimo baluardo delle ideologie del Novecento dopo la caduta del nazifascismo nel 1945. A Fatima la Madonna è Madonna della Pace e chissà che il segno non sia invero più vasto visto il nome e, soprattutto, la grande devozione anche dell'Islam proprio per la Madonna. Comunque sia, è, di nuovo, il 13 Maggio ed il mondo ha ancora più che mai bisogno di conversione, di preghiera, di Pace.
francesco latteri scholten.

sabato 11 maggio 2013

Papa Francesco come S. Francesco: la lotta al Maligno.


Il Maligno, essere spirituale soggettivo, già indicato nell' A.T., ribadito oltre che nell'ebraismo anche dall'Islam, confermato quale Nemico all'inizio della sua missione, nelle tentazioni, da Gesù, che lo addita come principe di questo mondo, ovvero quale spirito della mondanità, colui contro il quale in quanto tale - specifica S. Paolo - abbiamo da combattere. E' presenza oscura che si manifesta in maniera camaleontica, non solo in modo orrorifico, a S. Ignazio, ad es., si mostrò come "cosa bellissima e luminosa", ma che può anche celarsi e non apparire, agendo - è il suo modo più usuale e comune - attraverso la tentazione, come nei confronti di S. Francesco. Invero secondo le tre grandi religioni abramitiche il Maligno è la prima e la più perfetta delle nature angeliche, quella - originariamente - più vicina a Dio, cui missione doveva essere quella di portare la di Lui luce a tutti ed al mondo intero, da cui anche il nome, Lucifero, Lux fero. Il rifiuto di Dio lo ha escluso dal Paradiso e precipitato sulla terra, ma la sua natura angelica gl'ha impedito una materializzazione e lo ha perciò spinto in una realtà contraddittoria, quella di spirito della negazione della spiritualità, spirito dunque della mondanità e del materialismo. Possiamo oggi scorgerlo nella sua estrinsecazione più vera nel Secolarismo che ormai è ovunque imperante, a differenza dei tempi di S. Francesco ove la connotazione globale era quella della religiosità, cattolica, ebraica o islamica che fosse. La contestualità nella quale si trovava ad agire il santo di Assisi era in questo senso più agevole, perlomeno culturalmente, perché più aperta e diretta: tutti ne ammettevano l'esistenza, tutti sapevano in qualche modo come difendersi. La contestualità di oggi è radicalmente diversa: non solo secolarizzata, ma connotata ormai anche dalla profanazione del sacro: una volta il sacro aveva i suoi luoghi - ove il rito attualizzava e concretava l'evento, irruzione del sacro - ed i suoi tempi - che scandivano il momento in cui l'irruzione del sacro accade - e questi ritmavano la vita del singolo e della comunità; spazi e tempi oggi abbandonati e sostituiti con spazi e tempi profani, che ritmano le vite di singoli e comunità profanando. L'azione di Papa Francesco - come dei suoi predecessori, e va ricordata la denuncia fatta con forza da Paolo VI del "fumo di Satana arrivato persino nella Chiesa" - è perciò stesso assai più ardua. Si tratta infatti di riportare Dio ed il Suo Spirito che si incarna nel Logos, nella Parola, e quindi di reistituire spazi e tempi sacri in un mondo non solo connotato dalla secolarizzazione, ma in cui lo stesso sentire e pensare dei credenti e addirittura del clero e della gerarchia, sono spesso permeati anche fortemente dalla secolarizzazione. 
francesco latteri scholten.

martedì 7 maggio 2013

Contromano: le tesi di Andreotti contro magistrati e pentiti.


"Sarà la storia a giudicare Andreotti" è una frase che molti hanno ripetuto in questi giorni, ma è da osservare che bisogna vedere di quale storia si tratti e di chi la scriva. Invero si tratta di cosa assai ardua perché nel caso bisognerebbe cercare di astenersi da giudizi o almeno pre giudizi e partire invece magari dal fatto che possano anche esservi più verità, magari anche antitetiche, eppure egualmente vere. Magistrati, mafiosi - pentiti e non - ed altri hanno portato avanti le loro, sono state fatte indagini, acquisiti indizi e prove, riscontri, confronti. Non si vuole qui metterle in discussione, lo si è appena detto, sono le loro verità. Si vuole invece seguire le verità di Giulio Andreotti, concedendogli una presunzione di innocenza che la Costituzione concede a tutti i cittadini. "...mah, veda, i pentiti, sono ispirati..." è l'affermazione da cui parte il nostro e che - forse troppo sbrigativamente - si è subito affiancata a quelle di mafiosi che, rozzamente e semplicisticamente, ne sostenevano la manipolazione da parte dei magistrati. Per una mente politica ed estremamente affinata quale quella del nostro l'equivalenza non è data assolutamente. Alcuni dei tanti giornalisti se ne sono ben resi conto e così in confronti più pacati e sereni - anzicché esacerbati - si è potuto andare oltre e chiedere da chi. La risposta del nostro è stata: "... mah, veda, questi atti, questa campagna contro di me, inizia dopo azioni della mia politica nei confronti dell'Unione Sovietica e, soprattutto del Medio Oriente, segnatamente della Palestina e del suo leader Yasser Arafat ..." Una conferma indiretta alle tesi di Andreotti ci è data da Indro Montanelli che scrive: "... con Andreotti - erede in questo delle ambizioni fanfaniane - l'Italia si poneva come ponte tra l'Europa ed il mondo arabo, ed aveva un occhio di riguardo per l' Olp di Arafat..." (L'Italia degli anni di fango). Una politica e soprattutto un ruolo - peraltro naturale per l'Italia, basti pensare alla Venezia del Rinascimento - assolutamente non voluto né dagli USA, né da Israele e dalle potenti lobby ebraiche di oltreoceano, né dalla forte mafia israeliana. Proprio dalle attiguità mafiose americane di questi partono gl'attacchi ad Andreotti, a conferma anche delle sue verità. L'attacco ad Andreotti è anzitutto autoritativo e per colpire e stoppare un uomo eccellente occorre un mafioso eccellente: don Masino. Come si vede anche gl'antiteoremi reggono ed hanno una loro verità e sarebbe doveroso fare ciò che non si è fatto sinora - perché erroneamente giudicato equivalente all'attacco ad alcuni magistrati - : indagare a fondo anche sugli antiteoremi. Ne risulterebbe probabilmente la tesi di fondo di più di un filosofo, che la verità è una ma è molteplice...
francesco latteri scholten

lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti: anche i divi immortali muoiono.


"Anche i Beatles gl'hanno dedicato una canzone, la celeberrima "Hei Giulio..." così un noto comico in un noto sketch. "Guerre puniche a parte, nella mia vita mi hanno accusato di tutto quello che è successo in Italia..." Così il nostro su sé stesso. Del resto per un politico il cui agire ha connotato la politica italiana dalla Costituente sino ai nostri giorni è difficile che critiche ed attribuzioni reali o presunte che sia non trovino più o meno ampio spazio. Basta poco: che l'osservatore cambi di posto, che cambi l'ora del giorno o il tempo o la stagione perché lo stesso personaggio appaia in luce diversa. Altre volte invece il fatto, l'evento, nella sua singolarità non è mai avvenuto e non è vero, ma la realtà nella sua contestualità globale lo fa più vero che se lo fosse: è il caso del celeberrimo dialogo - mai avvenuto - tra Giulio Andreotti ed Eugenio Scalfari inventato da Sorrentino nel suo "Il Divo". Due concezioni della realtà, del mondo, della politica, della morale a confronto: la "Provvidenza" da una parte con il nostro, e il "Caso", dall'altra con Scalfari. Così, con fuoco incrociato, si disamina la congiuntura storica e l'esito va a collocarsi irrimediabilmente tra il sarcasmo e l'ilarità, ma lo sfondo nondimeno dipinge un affresco grandioso del reale concretato sotto luci diverse. La caricatura è importante perché proprio essa consente - laddove alle luci si aggiungono anche ombre e dubbi - di alleviare giudizi altrimenti anche assai severi. Giulio Andreotti va ricordato, per me, soprattutto per quello che, a mio giudizio, è stato il suo vero e più grande merito, la politica estera ed in particolare quella mediterranea e mediorientale con un contributo impareggiabile: quello di aver riconosciuto il popolo palestinese in quanto tale ed il suo leader Yasser Arafat, portando con ciò allo sblocco della situazione mediorientale di allora. L'immagine più bella del nostro - per me - è proprio quella dello storico incontro che ripropongo.
francesco latteri scholten.

domenica 5 maggio 2013

Kyenge: cittadinanza, diritto internazionale, apolidia.



Cécile Kyenge, la neoministra per l'integrazione, ha chiesto con urgenza una legge che riconosca la cittadinanza ai figli di immigrati o comunque stranieri, nati in Italia, proponendo la figura di un grande campione, Balotelli, quale emblema. Si tratta invero di quanto già riconosciuto dal diritto internazionale che da sempre sancisce la cosa onde evitare la apolidia, nonché dalla maggioranza dei Paesi occidentali. Inoltre in quanto si tratta di cittadini che di fatto hanno sempre vissuto e sono cresciuti nel ns Paese il quale è sostanzialmente quello in cui sono stati acculturati, il fatto rientra pienamente anche nell'art. 2 della Costituzione: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali dove svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale". La richiesta della Ministra dunque non ha nulla di straordinario. Straordinarie invece sono state le reazioni: è stato subito come si fosse colpito un vespaio. La destra leghista ha reagito ancor peggio che alla notizia della nomina di un ministro di "colore" - cui la Kyenge ha giustamente replicato di non essere di colore ma nera e orgogliosa di esserlo - il centrodestra con Schifani ha subito stoppato con decisione la pur regolarissima e doverosa iniziativa della Ministra. Stupisce non di meno la reazione di molta stampa anche "cattolica" o addirittura di "sinistra" che, se da un lato riporta, con dovuto risalto gl'attacchi alla Presidente Boldrini sul web perché donna, dall'altro ignora - o finge di ignorare - gl'attacchi e alla Ministra Kyenge - sia in quanto donna, sia in quanto di "colore", sia in quanto latrice del progetto di legge - , e a Balotelli idem. Ad entrambi la mia solidarietà e, ovviamente, il pieno appoggio al progetto.
francesco latteri scholten.

giovedì 2 maggio 2013

IMU e crisi edilizia.


Quale cittadino non sarebbe d'accordo con l'abolizione di una tassa? Ebbene è proprio questo il motivo per cui in molti Paesi un tale sbandieramento con finalità elettorali, aperto o meno, è vietato, non senza ragioni. L' OCSE - cui capo economista è l'italiano Padoan - dopo attenta analisi ha ritenuto che più importante per l'economia italiana sia la riduzione della tassazione sul lavoro, priorità emergenziale del nostro Paese. Premessa la fondamentalità di una eliminazione o riduzione dell' IMU almeno per la prima casa per i meno abbienti, il suo accostamento alla crisi edilizia appare tuttavia non solo forzoso ma grottesco, specie nei termini posti da un ex ministro della Repubblica, il quale la addita nientemeno che l'essere causa della perdita di 300.000 posti di lavoro nel settore edilizio. Le statistiche dell' ISTAT ci mostrano infatti che la crisi del settore edilizio ha origini e cause ben diverse. Il dato più significativo è quello riguardante la cementificazione in Italia nell'ultimo decennio: per approssimazione in difetto, 23.000 Kmq, ovvero una superficie paragonabile a quella della Toscana (22.992 Kmq), una delle regioni italiane più estese, circa l' 8% della superficie totale dell'Italia. Si tratta di un dato assolutamente incompatibile con la realtà territoriale e soprattutto con le sue dimensioni fisiche: la superficie italiana è di 301.277 Kmq. Una delle prime cause della crisi del settore edilizio è invece proprio nell'atteggiamento fideistico di gente com l'ex ministro e molti del governo di cui egli faceva parte, a cominciare dal Presidente, per cui bisogna "laisser faire" perché tanto "la gente sa quello che fa" e lasciandola fare una mano invisibile porta tutto a posto, si diano perciò anche con facilità tutti i condoni e le agevolazioni possibbili ed immaginabili, perché così l'economia cresce da sé. Ed infatti è cresciuta senza alcun controllo e con tassi di crescita che presuppongono un territorio illimitato aperto ed adatto a qualsivoglia cementificazione, salvo poi andare a sbattere sul fatto che tutto ciò è falso: non c'è un territorio illimitato, c'è un Paese dalla superficie di 301.277 Kmq di cui in diec'anni ne sono stati cementificati 23.000 Kmq, l'8%, e dove è fisicamente impossibile mantenere quello sviluppo, ovvero mantenere un'industria edilizia sovrapproporzionata in tale eccedente misura come è accaduto sino ad oggi. In altri termini: la causa è che si è avuto un concetto di sviluppo - e si è lasciato che andasse avanti - assolutamente incompatibile con il territorio e la realtà, di più e peggio, ogniqualvolta ciò veniva fuori si procedeva subito con l'accusa di nemici dello sviluppo, ecologisti della domenica, comunisti e quant'altro. Il problema è che quando per diec'anni si è sempre fatta "pulizia" andando a nascondere la spazzatura sotto il tappeto, si finisce per ritrovarsi con il tappeto in cima ad un cocuzzolo. E lì siamo.
francesco latteri scholten.

mercoledì 1 maggio 2013

Lavoro: il lato oscuro di Keynes.


In tempi di grande crisi riecheggiano quelle del passato, in particolare quella del '29 nel Novecento e dunque i suoi analisti. Riaffiora quello grande del "Professore di Harward", John Kenneth Galbraith, recentemente scomparso, ma, soprattutto, quello di John Maynard Keynes, il primo e più grande studioso proprio della crisi del '29 che metteva in discussione tutta quanta l'economia "classica", incapace e di leggerla e di interpretarla in quanto fondate in fine su un dato fideistico, quello dell'automatismo dell'economia per cui essa tendeva automaticamente al proprio riassetto. La crisi del '29 dimostrò la falsità di questo assunto. L'analisi di questa crisi diede a Keynes le basi per il superamento dell'economia classica da cui egli si distanziò soprattutto in tre punti: a) la concezione della moneta non più semplicemente come mezzo di scambio, ma anche come fondo di valore; b) l'abbandono della legge di Say secondo la quale ogni offerta crea automaticamente la propria domanda per cui non può non esservi equilibrio tra domanda ed offerta; c) contro la concezione classica che ammetteva periodi di sottooccupazione, si afferma la rigidità dei salari verso il basso. Corretto così il sistema si tratta di riportarlo all'equilibrio e ciò spetta - al pari che in Marx - allo Stato. Allo Stato in particolare spetta di correggere e bilanciare gli andamenti dei cicli economici, mantenere la piena occupazione, stabilizzare e incrementare il reddito nazionale, eliminare gli squilibri territoriali, prevedere le esigenze delle generazioni future. In tutto ciò lo Stato non ha da temere un deficit, in quanto - è la tesi fondamentale del nostro - un deficit di bilancio sortisce necessariamente effetti espansionistici per il sistema economico anche se finanziato attraverso l'indebitamento dello Stato. Le tesi keynesiane - probabilmente ignorandone l'autore - trovarono una loro messa in pratica già pochissimi anni dopo il '29, precisamente a partire dal '33, in Germania da un personaggio che diverrà famigeratamente e terribilmente famoso: Adolf Hitler. In Germania la crisi ebbe ripercussioni molto più forti che altrove, basti ricordare che un francobollo da affrancatura semplice era giunto a "valere" 5 miliardi di marchi, ovvero il marco non valeva più assolutamente neppure la carta su cui lo si stampava. La politica e con essa l'economia, quelle di Weimar, erano inceppate da una sinistra che aveva poco meno del 50% dei voti ed una destra che solo con l'ausilio della minoranza hitleriana poteva bilanciarla. Il 27 febbraio del 1933, ad un mese dalla sua elezione a Cancelliere, Hitler fa incendiare il Reichstag attribuendone la responsabilità ai comunisti ed alle sinistre: è la scusa per per le proscrizioni e deportazioni di massa, è la nascita dei KZ, i Konzentrations-Lager, i campi di concentramento i quali accolgono anzitutto gli oppositori politici del regime, in massa, ad essi si aggiungeranno i delinquenti comuni, i sessualmente diversi, le vite indegne di essere vissute e gli ebrei. Questi campi sono certamente anche campi di prigionia, di tortura, di sperimentazione sull'uomo e molte altre atrocità ed infamie, ma essi sono anzitutto - e lo specifica assai bene la scritta sul cancello di Auschwitz - dei campi di lavoro: Arbeit macht Frei. Non si tratta di un senso figurato o di una scritta di scherno, la legge che vi impera è infatti una legge economica: se e fintantoché produci di più di ciò che costi vivi, appena costi di più ti si elimina. L'uomo è ridotto a totale funzione dell'economia. E l'economia tedesca risorge e risorge in pochissimo tempo, nel giro di di due - tre anni è di nuovo un gigante. Si finanzia sul deficit, come dice Keynes, e con ciò realizza progetti colossali, quali la rete autostradale, la rete ferroviaria con i treni più veloci del mondo, le colossali opere di urbanistica etc. e, soprattutto una produzione bellica inimmaginabile. Il lavoro per tutto questo è fornito dai milioni di deportati dei campi di concentramento che ogni mattina vengono trasportati dai campi ai cantieri di autostrade, ferrovie, alle fabbriche di armamenti etc, la sera sono ricondotti nei campi. Oggi è ancora così con milioni di extracomunitari e non: il keynesismo moderno. E questo è l'altro volto, quello oscuro, quello che sempre è nascosto, delle economie keynesiane.
francesco latteri scholten.