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venerdì 6 marzo 2015

Casper: quando il cyberspy è francese.


Se i cyberspy sviluppati da "Equation Group" (pare facente capo alla NSA ed all' "Unità 8200" dell'intelligence israeliana) sono in grado di restare occulti a qualsiasi antivirus perché si innestano nel registro, quelli di "Casper" lo sono perché interattivi: essi cioé interagiscono con qualsiasi antivirus, identificandoli ed adattandovisi ed operando con una sorta di partita a scacchi e, in caso di prossimità di una eventuale scoperta,  autodistruggendosi totalmente. Anche "Casper" ha una struttura modulare con "Fantome", modulo iniziale, dalle performances simili (escluso l'innesto sul registro) a quelle di "Doublefantasy" di "Equation Group": registrare accuratamente il tipo di macchina, hardware e software, soprattutto lingua utilizzata, sistemi operativi ed antivirus, programmi in uso et similia. Il tutto è inviato ai committenti di modo che possano decidere se procedere o meno ad un attacco. In caso affermativo, anche qui si inseriscono uno o più moduli supplementari specificamente adatti agli scopi. Se i cyberspy's di "Equation Group", che resistono tanto alla riconfigurazione quanto alla stessa resettazione di un computer sono stati alla fine identificati in alcuni registri, per "Casper" la cosa è stata assai più difficile. Dai file e dai codici utilizzati da questo cyberspy, in diversi casi identici a quelli di "Babar" ed "Evil Bunny" si evince che artefice ne sia l'intelligence francese (la "DGSE") ed esperti di tecnica di programmazione antivirus al servizio di questa. Se, ufficialmente la DGSE ovviamente si distanzia, un recente video delle forze armate francesi invece si vanta di capacità in rete del tutto assimilabili a quelle di "Casper". Il malware e la sua affinità con "Babar" ed "Evil Bunny" sono stati inoltre deninciati da Joan Calvet noto esperto di informatica di sicurezza, secondo il quale esso sarebbe già stato usato con successo in Siria.
francesco latteri scholten

sabato 27 dicembre 2014

Russia nello spazio con la Cina contro l'embargo occidentale.

Oleg Ostapenko, boss della russa Roskosmos, ha approfittato del China Airshow 2014 a Zhuhai, Cina meridionale, per contattare i cinesi in vista di eventuali joint ventures e collaborazioni. L'embargo occidentale, a seguito della crisi ucraina - oltre al tracollo del Rublo - minaccia assai seriamente il programma spaziale russo, il più importante tra i fiori all'occhiello di Putin. La Russia infatti importa ben il 90% della tecnologia spaziale con cui costruisce i propri sistemi e vettori. La situazione cinese è invece diametralmente opposta con il 90% prodotto in casa e solo il 10% importato. Sinora tuttavia tra i due Paesi le relazioni per l'aerospace sono state improntate da reciproca diffidenza: da parte russa, come risulta proprio da uno dei dossier Roskosmos, si lamenta la non condivisione tecnico scientifica e tecnologica dei cinesi; da parte cinese invece la scarsa qualità dei prodotti e dei materiali russi, specie dopo la precipitazione della sonda Phobos Grunt nel 2011 con a bordo tra l'altro un microsatellite cinese. Per Ostapenko ormai le premesse per un capitolo nuovo e nuovi orizzonti - peraltro già avviato a giugno dal vicepremier Dmitrij Rogosin - ci sarebbero tutte: razzi vettori russi ed elettronica e componentisca cinese, una integrazione che risolverebbe tutti i problemi. I cinesi, dal canto loro, hanno proposto uno scambio di visite cosmonautiche: cosmonauti russi al modulo spaziale Tiangong 1 e cosmonauti cinesi alla stazione orbitale internazionale ISS, quest'ultima anch'essa invero impossibilitata dal veto USA. Che ci sia già nell'aria qualcosa di più che delle semplici proposte da Airshow lo testimonia una dichiarazione di Lew Seljony, capo dell' IKI, l'istitituto russo per la ricerca spaziale, secondo il quale già a gennaio dovrebbero aversi i primi incontri tra gli scienziati dei due Paesi per elaborare le premesse concrete di una collaborazione.
francesco latteri scholten

mercoledì 10 dicembre 2014

Microsoft, pronto Windows 10


La versione di "prova" di Windows 10 è già scaricabile - gratuitamente - dal sito Microsoft e direttamente installabile con download su chiavetta Usb. La commercializzazione del nuovo sistema operativo è programmata invece per la seconda metà del 2015. Non sarà invece ulteriormente portata avanti quella di Windows 9. Questo, insieme alle molte proteste per Windows 8, spiega come per la nuova versione si sia guardato soprattutto ai grandi successi del passato, gl'ancora oggi diffusissimi ed apprezzatissimi Windows XP e Windows 7. Per i possessori di Windows 8 Phone invece è previsto un Upgrade gratuito a Windows Phone 10. In sintonia, ciò che colpisce immediatamente all'apertura è di nuovo la presenza dello "Start Menu", appunto come su XP e Windows 7, da cui si differenzia per l'integrazione delle App nella schermata di apertura. Il nuovo sistema operativo è infatti in grado di riconoscere il tipo di computer su cui è installato ed adattarsi conseguentemente visualizzando lo "Start Menu" oppure la schermata di avvio con le App. Ovviamente, l'operatore può successivamente anche scegliere il passaggio dall'uno all'altro. Chi scrive usa ancora l' XP, cui è affezionatissimo e rimprovera a Microsoft di non dare più gl'aggiornamente da aprile u.s., ed inoltre ha provato sia Windows 7 che 8 e non ne è rimasto per nulla soddisfatto: speriamo che il 10 abbia preso quanto più possibile da XP...
francesco latteri scholten.

martedì 9 dicembre 2014

Ariane 6: sì dell'Unione al nuovo razzo vettore.


E' stato ancora l' "Ariane 5", con lancio dalla solita base di Korou nella Guyana francese, a portare in orbita ad inizio anno il satellite italofrancese Athena Fidus del peso di circa 3 tonnellate con a bordo 280 Mln di tecnologia sia militare che civile per le comunicazioni internet a banda larga. Lo sviluppo di una versione evoluta dello stesso - l' "Ariane 5 ME" - era già stata decisa nel novembre 2008 dagli Stati membri dell' ESA ed il primo lancio pronosticato per il 2017. Gl'investimenti ESA al 2014 nel progetto ammontano a 400 Mln di Euro, ma lo scontro tra le diverse concezioni dei due principali investitori, Germania e Francia, era rimasto irrisolto, i francesi infatti volevano un razzo più leggero ed alimentato a combustibile solido denominato "Ariane 6". Tanto i tedeschi quanto i francesi avevano finito con il trovarsi isolati rispetto agl'altri membri dell' ESA e si è deciso così per un progetto apparentemente alternativo, ma in realtà frutto di un compromesso: il vettore principale resterà quello vecchio dell' Ariane 5 affiancato da 2 o 4 vettori a combustibile solido, mentre la parte superiore sarà quella dell' Ariane 5 ME. Insomma, i bimbi discoli si sono messi d'accordo su con quali pezzi del meccano e dati da chi, costruire il nuovo giocattolo, tentando di spartirsi la torta miliardaria. Se e quanto questa realtà un pò posticcia possa reggere la concorrenza internazionale è ciò su cui verte il vero punto interrogativo. L'Unione Europea perintanto ha dato il primo via libera sostenuto con 4 Mld di Euro. Gl'Ariane 6 costeranno circa 90 Mln ciascuno ed il primo lancio è previsto per il 2020. E' però tuttavia solo nel 2016 che sarà dato l'eventuale sì definitivo al progetto stesso. Ma, allora, perché erogare già adesso 4 Mld?
francesco latteri scholten.

mercoledì 19 novembre 2014

Toyota Mirai: In commercio la prima auto di serie a idrogeno (emissioni=0).


E' la prima auto di serie a celle d'idrogeno che alimentano un motore elettrico. 155 Cv di potenza e 335 Nm di coppia massima per un peso di 1900 Kg, ed una lunghezza di quasi 5 metri. Nulla a che vedere con i "futuristici" prototipi che sino a poco tempo fa i vari Saloni dell'auto ci mostravano: l'alimentazione ad idrogeno risolve infatti in un colpo solo le tre più gravose tare del motore eletrico: pesanti batterie, scarsa autonomia e lunghezza dei tempi di ricarica. La limousine firmata Toyota invece ha un'autonomia di circa 500 Km e tempi di ricarica dei serbatoi d'idrogeno inferiori a cinque minuti. Evolutivamente, volendo andare a ritroso nella storia - soprattutto recente del marchio giapponese- segue la Prius, vettura ibrida dal disegno del tutto inconvenzionale ma ormai venduta in oltre 1 Mln di esemplari l'anno e modello di punta del marchio. Per la nuova vettura interamente alimentata ad idrogeno, il nome stesso, Mirai, in giapponese significa Futuro, e così Satochi Ogiso, ingnere capo di casa Toyota, spiega le linee volutamente futuristiche della nuova limousine. Futuristici anche gl'interni con displays e sensori, ma la guida è convenzionale. In casa Toyota dunque si è convinti che l'idrogeno sia l'alimentazione del futuro e che, in prospettiva la Mirai sostituisca - anche nei numeri di vendita - la Prius. La commercializzazione del nuovo modello è già iniziata in Giappone, anche se entro la fine dell'anno saranno consegnate solo una dozzina di vetture. La commercializzazione in USA, in particolare in California (dove si ha una maggior presenza di pompe ad idrogeno) è prevista per il prossimo autunno, come quella in Europa. Il prezzo di listino previsto per gli USA è di circa 45.000 dollari cui l'utente americano potrà detrarre circa 10.000 dollari di ecoincentivi. Il problema dell'auto del futuro e del connesso inquinamento parrebbe dunque definitivamente risolto, almeno secondo i tecnici Toyota. In realtà non è tutto rose e fiori: la produzione di idrogeno infatti richiede moltissima energia e perciò il problema dell'inquinamento potrebbe facilmente spostarsi solo a monte nel momento in cui a tal fine non venissero utilizzate le fonti rinnovabili...
francesco latteri scholten.

venerdì 29 agosto 2014

Smart "Fortwo" 2015: ed è Saetta Mc Queen?


E' la più popolare delle city car del vecchio continente e non solo, connotata per impostazione progettuale rivoluzionaria - un comodo maxiscooter a 4 ruote - da una sagoma inconfondibile perché unica, pubblicizzata da uno spot in cui un dinosauro le mette una zampa sopra a sottolinearne la robustezza e sicurezza dell'abitacolo; celebrata nelle sale cinematografiche nelle scene d'inseguimento d'apertura del "Codice da Vinci" di Dan Brown, è entrata nelle simpatie e nei cuori di tutti. Dopo il lifting di qualche anno fa, ora debutterà ad Ottobre al prossimo salone di Parigi il nuovo modello completamente riprogettato insieme a Renault. Due le motorizzazioni, a benzina, 1.0 SC da 70 CV e 0.9 Tce da 90 CV, cambio manuale a 5 marce o sequenziale a 6, dimensioni esterne sostanzialmente identiche alla vecchia per quanto concerne la lunghezza (2,70 m), ma incrementate per la larghezza di ben 10 cm corrispondenti al passaggio ad una categoria superiore. L'assetto - che ai primi esemplari della prima serie ha dato qualche problema con il "test dell'Alce", trasformato in punto di forza dall'intervento dei tecnici di Porsche - è stato infatti del tutto rifatto: mantenimento del Mc Pherson anteriore, ma totale rifacimento dell'asse posteriore, della regolazione degl'ammortizzatori e del sistema ESP. La guida dovrebbe dunque essere molto più confortevole, stabile e precisa. Carinissimo il design, si direbbe da monovolume e mezzo, che specie con l'interposizione della "for stars" ricorda immancabilmente un piccolo grande mito automobilistico recente dei cartoons: Saetta Mc Queen. Piccola, simpaticissima brillante: come d'altronde già la prima serie.
 francesco latteri scholten.

domenica 22 giugno 2014

Si chiamano droni i nuovi 007 (ma sono più affidabili...).



E' la nuova frontiera della tecnica aereonautica e, soprattutto del suo bussiness, un mercato stimato da 120 a 150 Mld di dollari solo nei prossimi dieci anni. Si tratta dei droni, nome derivante dal suo ronzio simile a quello del maschio dell'ape, il fuco, che in inglese è appunto "drone". Altro termine molto usato è RPA (Remotely piloted aircraft), o, con sigla italiana, APR (Aeromobile a Pilotaggio Remoto, ossia senza pilota umano a bordo). In quanto tali sarebbero soggetti alle leggi speciali, ai regolamenti dell'ENAC e ai decreti del Ministero della Difesa, quelli militari. Quanto in realtà tutto ciò sia aleatorio lo lascia subito intuire la versione "free time" di questi velivoli che a tutti è capitato vedere già nei negozi di giocattoli al modico costo di appena 9 Euro, per di più in dimensioni già abbastanza miniaturizzate da stare bene nel palmo di una mano: il mini elicotterino radiocomandato perfettamente funzionante e con ottime performances di volo. Gl'utilizzi più promettenti, anche economicamente sono ovviamente quelli miltari e soprattutto di intelligence: le dimensioni e le performances qui variano in funzione del fine, per cui a droni delle dimensioni e prestazioni di un moderno jet da "caccia" militare si va a quelle di una libellula con il vantaggio di poter accedere a qualsiasi ambiente con possibilità estreme a fini di intelligence, ad es può stare anche una giornata intera, Le batterie glielo consentono, silenziosissimamente davanti a una finestra di qualunque palazzo e riprendere in audio/video quello che avviene lì dentro, o addirittura per quelli di dimensioni da libellula, introdurvisi... Ovviamente non basta, i droni infatti possono anche essere utilizzati, sempre ad es., come super ripetitori con capacità di oltre 1GB al secondo e costi contenutissimi. Il Pentagono negl'ultimi dieci anni ha incrementato il proprio parco droni da 50 ad oltre 7.000 esemplari e nella corsa gl'altri Stati leader non sono rimasti a guardare - Israele, India, Russia, Turchia, e Cina -,e, soprattutto non sono state a guardare le rispettive industrie. Leaders sono gl'americani con il 60% del mercato Northrop Grumman e Lockheed Martin, a ruota c'è Israele con il 30% ad opera di Elbit System ed Israel Aerospace Industries. In corsa - ovviamente - anche il ns Paese con Finmeccanica in opera anche con i francesi di Dassault e con Airbus per la costruzione del primo drone europeo. (Nell'immagine la nuova frontiera di questa tecnologia, un nano drone poggiato su un dito, che alle caratteristiche di cui sopra aggiunge quella di poter eventualmente prelevare ad es. del DNA oppure di iniettarne uno modificato, oppure ancora di iniettare agenti patogeni quali virus e batteri...)
francesco latteri scholten.

lunedì 9 giugno 2014

Il software "Eugene Goostmann" come una coscienza umana. Superato test di Turing.



E' di Vladimir Veselov dell' Università di San Pietroburgo e del suo collega Ucraino Eugene Demchenko la nuova pietra miliare nella storia dell'intelligenza artificiale: superato il test di Turing. Sostanzialmente si tratta semplicemente di una chat a tre: il tester, il "secondo uomo" ed il computer. Questi ultimi hanno entrambi lo stesso compito: convincere l'interlocutore (il tester) che il vero uomo è ciascuno di loro. Se il computer riesce a convincere in una serie di brevi chat di essere un interlocutore umano con una percentuale superiore al 30% il test è ritenuto superato. Veselov aveva mancato di un soffio l'obbiettivo già nel 2012. Questa volta per il test, insieme al suo collega ucraino ha scelto l'immagine fittizia di un ragazzo tredicenne ucraino appunto, come Demchenko, di cui porta anche il nome: Eugene. Goostmann, alla lettera uomo fantasma, dovrebbe indicarci subito che non si tratta di un uomo... O forse dovrebbe evocarci la figura di Alan Turing, matematico e criptoanalizzatore britannico tra i più importanti ricercatori e svilippatori di intelligenza artificiale correlata all'interrogativo fondamentale se le macchine possano avere la capacità di pensare ed avere intelligenza paragonabile a quella umana. Il test infatti - superato dal software di Veselov e Demchenko con un bel 33% - è ricorso nel 60° anniversario della morte del suo ideatore. La notizia è stata resa pubblica durante un convegno della Royal Society con un breve comunicato della University of Reading. Per gl'amanti delle chat, da adesso, come già nel cult "Blade Runner" sarà necessaria una "macchina di Voigt" per distinguere tra uomo e macchina...
francesco latteri scholten.

martedì 30 luglio 2013

Pullman e sicurezza: la decisiva inferiorità strutturale dei moderni.



Forme spesso accattivanti e seducenti, elettronica che sprizza da tutti i pori, si va dall' ABS ai sistemi di aiuto alla guida, al funzionamento del motore, al funzionamento delle sospensioni ed alla regolazione dell'assetto, alla regolazione dei climatizzatori, alle TV di bordo etc., è questo ciò che di primo acchitto colpisce l'osservatore, spesso anche quello professionale. Eppure c'è qualcosa che non va. Sono dalle parti di Roma, è notte, non c'è traffico ed i bus, come anche i pullman - la struttura è la stessa - paiono impegnati tutti nella "Vallelunga" della rispettiva categoria. L'acceleratore è  "a tavoletta", ma, "tirando" opportunamente l'autista "spirto" sa farlo andare ancora di più. Ad un tratto, un avvallamento breve e per fortuna non troppo profondo nella strada: per prime le ruote anteriori affondano e poi saltano leggermente, poi quelle posteriori, ma qui la cosa è diversa. L'affondo causa infatti anche quello del pesantissimo motore del mezzo, collocato dietro, oltre l'asse posteriore, quanto più possibile in coda - e ci sono ben tre metri dall'asse posteriore al paraurti posteriore - per garantire la massima abitabilità, ma, perciò stesso, la massima instabilità del mezzo. Il brusco affossamento della grande massa dell'enorme motore, fa leva sulle grosse ruote gemellate e provoca un innalzamento della parte anteriore del pullman. Siamo in rettilineo e l'autista riesce a contenere bene la reazione del mezzo. Una reazione ben diversa e decisamente più sicura aveva il bel pullman ancora bombato degl'anni sessanta, che, negl'anni settanta, da ragazzino pendolare, mi portava a scuola. Qui infatti il pesante motore era avanti, nascosto sotto un ampio baule che impicciava salendo ed al cui fianco era il posto di guida. Una posizione che però garantiva il massimo equilibrio e bilanciamento del mezzo specie in frenata e nelle situazioni difficili, anche in assenza di sistemi elettronici. Il telaio era un normale robustissimo telaio da grande autocarro - che sebbene non era più in posizione ribassata come nei bus di generazione precedente, dove c'era il portapacchi sul tetto e la scaletta sul retro per salire e sotto c'erano solo i serbatoi della nafta, pompe dei freni etc. - era comunque sufficientemente in basso da garantire ulteriormente l'abbassamento del baricentro, pur lasciando spazio anche per dei portabagagli ausiliari oltre a quello vasto posteriore. Di contro, le strutture dei moderni pullman ed autobus sembrano fatte prendendo a norma l'antitesi a qualsiasi criterio di equilibrio, di bassezza del baricentro, di equlibrata distribuzione di pesi e masse, in cerca della sola massima abitabilità, e in ossequio ad una fede delirante nella "onnipotenza" dell'elettronica. C'è però una cosa che l'elettronica non può fare: ridistribuire all'improvviso per necessità i pesi e le masse in maniera adeguata. I nuovi pullmann hanno un doppio e gravissimo deficit strutturale rispetto ai vecchi per quanto riguarda la distribuzione di pesi e masse: sono troppo alti (ed hanno perciò un baricentro eccessivamente alto), ed inoltre hanno una carentissima distribuzione delle grandi masse della meccanica, specie del motore. Doppiamente sbilanciati ed in misura tale che anche la più efficace elettronica al momento dovuto può poco. Oltre che al criterio della abitabilità, per motivi economici l'unico di riferimento, sarebbe bene tornare all'antico e riferirsi anche ad altri criteri per motivi di sicurezza.

francesco latteri scholten.

sabato 29 giugno 2013

Ciao Marga.




Si è spenta all'insegna delle parole di Epicuro: "Finquando ci sono io non c'è la morte, quando c'è la morte non ci sono più io...". Io, con Seneca, un epicureo, oso aggiungere: "Un uomo è vivo finquando è vivo il ricordo di lui tra gl'uomini", e tu, stai tranquilla, sei più che viva. Sei stata il più grande degli astrofisici italiani, ma io - probabilmente per il tuo impegno al femminile - associo il tuo nome a quello di Maria Montessori e, più in là a quello di Oriana Fallaci, giornalista come tu avresti voluto essere prima del tuo incontro con la Scienza. A quello di Simone De Beauvoir, impegnatamente laica ed atea, contraria ad istituzioni come il matrimonio, ma poi per una vita a fianco del suo Jean Paul Sartre, come tu del tuo Aldo. Atea, ma come te, profondamente amante della vita, di tutti, degl'uomini, degl'animali, delle piante, del mondo, testimoniandolo così radicalmente da far tornare alla mente le parole con cui Aristotele chiudeva la sua Metafisica: "... Vita, e Dio è Vita e lo è eminentemente, perché Dio è questo." Come Maria Montessori e Simone De Beauvoir hai testimoniato l'importanza e soprattutto la bellezza della vita di una donna dedita alla Scienza, alla Ricerca, all'Università. Come loro e con loro hai aperto orizzonti nuovi di mondi nuovi, non più declinati solo al maschile e perciò più vasti e ricchi. Hai guardato all'universo - al tutto - affascinata e volta alla peculiarità, alla singolarità. Ed anche questo ti accomuna alla Montessori ed alla De Beauvoir che lo hanno fatto rispettivamente in pedagogia, sociologia e filosofia. Docente di astrofisica sei stata per tutti anzitutto una grande maestra per la vita quotidiana, ordinaria, per il rapportarsi a sé, agl'altri, alle cose. Hai finito per incarnare quanto affermava Sartre: "... alla fine tutta la mia vita non ha voluto essere che questo: una melodia di sassofono nella sua bellezza cristallina, pura, armoniosa...".

francesco latteri Scholten.

sabato 25 maggio 2013

Unitrinitarietà del cervello umano, psicologia e psichiatria.



Fin dai tempi più remoti al numero tre è stato attribuito un significato mistico. Significato particolare ha avuto anche per gruppi filosofico razionalisti - o presunti tali - quali quello di Pitagora e dei suoi, Platone incluso, dove trovava una estrinsecazione nel triangolo, per ritrovarsi nel rapporto tra raggio e circolo, imperfettamente, leggermente maggiore di tre, pi greco (3,14) appunto, irriducibile a numero razionale (e loro disperazione). Il suo rapporto con l' Uno configura già in Platone il concetto dell'unitrinitarietà di Dio, ripresa dai Padri della Chiesa. Rappresenta l'unitrinitarietà umana, la famiglia: il padre, la madre, il figlio. La recente scoperta della unitrinitarietà del cervello umano (Paul Mac Lean) dà al tutto un significato nuovo: l'unitrinitarietà è infatti ora caratteristica propria del soggetto e perciò il suo ritrovarsi nell'oggetto - il mondo esterno - pone la questione di quanto esso sia lì effettivamente presente e quanto si manifesti invece come proiezione. Funzionalmente Uno, il cervello umano è costituito - come evidenzia una sezione sagittale - dal cervello rettiliano dei rettili antichi, quello dei grandi mammiferi o cervello limbico, che lo ricopre, e quello dei mammiferi recenti che copre il limbico. Ognuno di essi ha la propria soggettività specifica: quello rettiliano organizza il comportamento in base a ricordi ed apprendimenti ancestrali, la cosìddetta istintività; quello limbico organizza il comportamento emotivo, ed ha perciò particolare interesse per la psichiatria, ed è quello su cui agiscono la maggior parte delle droghe, è un "Giano bifronte" connesso da un lato al rettiliano, dall'altro al neocervello, quest'ultimo infine è orientato prevalentemente verso il mondo esterno attraverso la percezione sensoriale soprattutto visiva e uditiva, all'elaborazione "razionale" del tutto per una relazione più piena con il mondo e la società, è esso a organizzare e strutturare la parola, il linguaggio, in una parola la coscienza. Anzi è esso la coscienza. Questa struttura organizza i dati della realtà - confermando quanto già aveva scoperto Freud - non in base allo Spazio ed al Tempo, che non sono categorie del soggetto bensì del mondo esterno - contrariamente a quanto si era sempre creduto, si veda Kant - bensì in base all'intensità, alla "forza" del vissuto. Da questa dipende anche la possibilità di una rimozione e la forza necessaria a tal fine. Ciò che rende tutta la psicanalisi e la psicologia è dunque il neocervello. Ma, ed è ciò che quasi sempre si continua ad ignorare, il cervello rettiliano e quello limbico, sono due soggetti entrambi presenti anch'essi e ben svegli, ma i quali non hanno la capacità e dunque la possibilità di esprimersi in parole, immagini o suoni e perciò di estrinsecarsi ad una psicologia o psicanalisi che sia. Eppure, il loro agire è fondamentale, si pensi alla centralità ed alla basilarità della emotività e della affettività per la vita sociale e relazionale, si consideri quanto l'alterazione di essa - ad opera ad es. di droghe - sia deleteria per il singolo e la società. E' la psichiatria quella che tenta un dialogo con essi. La connessione profonda del limbico con il neocervello e la sua natura di Giano bifronte imporrebbero una connessione altrettanto profonda tra psicologia e psichiatria. Ciò che appare più urgente è soprattutto una maggiore presa di coscienza di quanto qui esposto, seppure in modo estremamente semplificato e sommario, almeno da parte della comunità scientifica, la quale purtroppo assai spesso continua ad ignorarlo, anche da parte di rappresentanti autorevoli, che continuano ad es. a considerare lo Spazio ed il Tempo quali categorie del soggetto anzicché del mondo esterno, o a considerare psicanalisi e psicologia da un lato e psichiatria dall'altro quali realtà distinte e separate, o peggio a voler ridurre - come purtroppo spesso accade - la psicologia a psichiatria, si pensi alla facilità con cui si adoperano e si prescrivono psicofarmaci.
francesco latteri scholten.

giovedì 16 maggio 2013

Clonazione: "I ragazzi venuti dal Brasile" ora è realtà (e forse anche prima...)


Dunque adesso con Shoukhrat Mitalipov la clonazione umana è un fatto scientifico acquisito (si veda il post precedente). O, forse, lo era già da tempo ma la si teneva segreta, come il motore a reazione o il telefonino, entrambi creati dagli scienziati nazisti? E' l'ipotesi da cui muove "I ragazzi venuti dal Brasile", Franklin J. Schaffner lo aveva diretto nel 1978, ispirandosi all'omonimo romanzo di Ira Levin, "The Boys from Brazil". Dal 1962, con la pecora Dolly la clonazione era ormai scienza accertata e, nel magnifico lavoro cinematografico ci si muoveva quindi tra scienza e horror, con l'eccellente interpretazione di Gregory Peck del famigerato dottor Joseph Mengele, sì, quello dei campi di concentramento nazisti e degli esperimenti sull'uomo. Il film muoveva dall'assunto mai confutato con totale certezza dell'avvenuta clonazione di Hitler. Di certo si sa che Mengele aveva tra l'altro lavorato alla clonazione umana. Gl'esperimenti di Mengele, raccapriccianti, riguardavano la reattività dell'organismo umano - e del suo genoma - ai diversi reagenti chimici e patogeni, virus, batteri e miceti. Paradossalmente proprio i dati raccolti da Mengele ad es. su dosi letali minime e massime, hanno consentito alla moderna industria chimica, biologica e farmaceutica di salvare milioni di vite. Il genoma interessava Mengele, inutile dirlo, oltre che per motivazioni scientifiche, per la connessione di queste con le tesi ideologiche della purezza della razza e per accostare l'impurezza a tare. E' un contesto nel quale la clonazione dell'individuo "perfetto" della "razza perfetta" (Hitler lo era?) trova ovviamente una sua collocazione ideale. Sarebbero - secondo il film - ben 94 i cloni che sarebbero stati fatti del "fuhrer". Che una clonazione di Hitler possa essere stata almeno tentata è ipotesi che non si può del tutto smentire, quale esito abbia avuto è cosa destinata a restare senza risposta, come d'altronde quella che siano di Hitler i pochi resti umani ritrovati dai sovietici all'indomani della presa di Berlino, o che egli sia morto in america latina verso la fine degli anni '50. Il film assume il dato reale della fuga oltreoceano di molti gerarchi nazisti e collusi con il regime. Resta tuttavia un fatto importante: la nostra realtà psico fisica è determinata solo per circa il 30% dal genoma, mentre per il resto è determinata dall'ambiente e dalla risposta ad esso, fatto non del tutto collimabile con l'ideologia nazista, notevolmente più affine alle tesi del Lombroso. I nazisti tuttavia non assumono questa tesi bensì quelle moderne ambientaliste e così organizzano 94 omicidi per garantire a ciascuno dei 94 cloni la morte violenta prematura del padre, come al vero Hitler. Sulla questione se esistano o meno dei cloni di Hitler pare perciò certo si debba lasciare un punto interrogativo. Su quella che la clonazione umana possa magari essere già stata realizzata anche con successo perlomeno all'indomani di quella della pecora Dolly, chi scrive pensa si possa rispondere con probabile affermazione. Comunque sia da Mitalipov in poi bisogna dire sì.
francesco latteri scholten.

La forma dell'acqua: clonazione e staminali umane.


Ha fatto immediatamente il giro del mondo ed è la notizia più importante: il Prof. Shoukhrat Mitalipov, scienziato di origini russe, ed il suo staff della Oregon Health & Science University, è riuscito, partendo da cellule della pelle umana, a creare dei cloni. Il sistema utilizzato è invero quello ormai datato, risale al 1962, dell'inglese John Gurdon con la celeberrima pecora Dolly: si prende una cellula uovo, se ne allontana il nucleo e con esso il materiale ereditario ivi contenuto, quindi vi si inietta il nucleo - con il proprio materiale ereditario - di una qualsiasi altra cellula; a questo punto la cellula uovo può cominciare a dividersi e svilupparsi regolarmente come se fosse stata fecondata, la cellula è infatti divenuta un embrione. Il Prof. Mitalipov ed il suo staff, partendo da cellule della pelle di bambini e di feti umani malati, hanno ottenuto embrioni normali lasciati in colture di laboratorio. Il fine degli esperimenti era in realtà quello di ottenere direttamente cellule staminali senza derivarle da embrioni, "retrodatando" l'orologio cellulare. In questo l'esperimento è non solo sostanzialmente fallito, ma ha addirittura aperto un nuovo capitolo nel dibattito etico. Le cellule ottenute infatti sono in tutto e per tutto delle cellule embrionali che vengono poi poste in coltura per essere trasformate in staminali, ma che potrebbero benissimo essere impiantate nell'utero di una donna e lì evolversi regolarmente in feto. Dunque la nuova tecnica di Mitalipov è anzitutto una nuova tecnica non per produrre staminali, ma per produrre embrioni e, da colture di questi, cellule staminali. La forma dell'acqua, titolo di uno dei racconti di Camilleri: "... che mi viene a significare la forma dell'acqua? L'acqua non ha forma..." "Appunto - risponde Montalbano -, l'acqua non ha forma, prende quella del recipiente in cui la si mette..."
francesco latteri scholten.

giovedì 4 aprile 2013

Vittorino Andreoli e i segreti della mente.


Andreoli è uno dei grandi che da sempre fanno parte del mio orizzonte spirituale ancor prima che culturale. E' un ricordo che affonda le radici in tempi ormai lontani quand'ero ancora ragazzo, la TV era in bianco e nero e lo vidi la prima volta. Con quei tanti capelli, allora erano di più, più neri e più folti, e lo erano soprattutto le enormi sopracciglia, e, non fosse stato per quel suo sorriso affabile, rassicurante e speranzoso, per quel suo incedere sornione e sereno, me lo sarei sognato la notte. Ma poi parla e quelle parole esprimono - e con forza - uno spirito mite, pacato, fascinoso, che proprio per questo attrae. Si apre un orizzonte anche cristiano, di un cristianesimo autentico, che introduce alla vastità, all'apertura, alla non limitazione. E' agli antipodi di uno pseudocristianesimo angusto ed immiserante, con il quale troppo spesso mi sono trovato a dovermi confrontare. Ricordo il mio decano - per fortuna non era mio relatore né uno dei correlatori - che per la mia tesi su Sartre mi raccomandò calorosamente che sì la potevo fare ma che bisognasse essere molto critici. Insomma: avevo la facoltà di parlarne male. Non tenni conto della raccomandazione, per me in contrasto con una ricerca autentica del Vero, di cui Sartre, come del resto già Galileo, è stato un protagonista. E' l'atteggiamento metodologico che - con piacere -, oltre che nei miei relatori, ho ritrovato nella bellissima introduzione al volume di Michel Foucault nella collana "La biblioteca della mente" del "Corriere della sera" curata proprio da Andreoli. Del resto c'è un amore grande che accomuna Foucault ad Andreoli (ed anche a me, lo ammetto), quello per la classicità antica. E' uno Spirito grande quello che si respira ne "L'ermeneutica del soggetto" di Foucault, l'opera che sarebbe doveroso leggere insieme a quello che si può già definire un "classico", anche se Andreoli lo ha solo recentemente pubblicato: "I segreti della mente", una summa del suo pensiero e l'opera a cui - lo dice lui stesso - tendeva da anni perché ne sentiva la mancanza. Ne "I segreti della mente" si respira la bellezza della definitiva vittoria della scienza moderna - ma erano cose già acquisite dalla vera scienza classica - nei confronti della concezione statica e demoniaca del Lombroso: "il delinquente nasce ed è costitutivamente tale, per cui è un irrecuperabile." L'acquisizione è invece quella della conferma della plasticità e della dinamicità della mente e dunque del soggetto sempre in divenire. Si tratta dunque di evitare un divenire che può essere negativo ed assurgere a patologia cercando di individuarne precocemente i sintomi, che sono sostanzialmente quattro: 1) La dissociazione dal mondo, quando dalla constatazione che dalla relazione tra io e mondo non si arriva a nessun risultato positivo e quindi ci se ne distacca; 2) la fuga dal mondo, quando dalla stessa constatazione ci si muove per colpire invece del mondo l'io; 3) la maniacalità, quando sempre dalla stessa constatazione si agisce ancora sull'io autoesaltandolo; 4) il minimalismo, quando, sempre dalla stessa constatazione, si risponde con la minimizzazione, ad esempio evitando le novità e riducendo il confronto io - mondo al minimo. Si tratta di capire se, quando e perché ciò accade. La realtà qui è soggettiva e la risposta di soggetti diversi a situazioni analoghe è necessariamente diversa. Così il disagio della relazione io - mondo non nasce semplicemente dal mondo, ma anche dalla sua percezione soggettiva, anzi di più: dalla immaginazione del mondo da parte del soggetto. Il soggetto deve perciò impegnarsi ad agire sul suo rapporto io - mondo, a farne un rapporto positivo, a creare spazi di agio. Se ciò non accade si passa dal disagio al sintomo e da questo al disturbo, ovvero alla patologia vera e propria. Ecco - per sommi capi - le direttive tramite le quali con Andreoli ci si orizzonta e muove a dischiudere "I segreti della mente" in un viaggio bellissimo ove si intrecciano Spirito, mente, soggetto, cultura, filosofia e scienza, "Per l'alto mare aperto", ma questo è un'altro titolo di un'altro grande autore.
francesco latteri scholten.

giovedì 3 gennaio 2013

L' Universo tra cosmologia e mito.



"In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: sia la Luce! E la Luce fu. Dio vide che la Luce era cosa buona e separò la Luce dalle Tenebre." (Gn, 1, 1-4). E' il celeberrimo mito biblico della creazione "ex nihilo" che oggi trova sostegno nella tesi di Jean Le Maitre e George Gamov, il cosìddetto "Big Bang", ed è la tesi cosmologica più diffusa, sebbene restino in essa diverse questioni in sospeso, ad esempio su cosa sia stato "prima" e che senso possa qui assumere questo termine, o anche, su cosa sia accaduto nei primissimi "millisecondi" del "tempo". Il "Big Bang" è comunque l'esempio più celebre di come oggi la scienza, specie la matematica e la fisica, riproponga ciò che già aveva detto il mito. Sono gli sviluppi delle equazioni della "Relatività Generale" di Albert Einstein ad aver dato origine alle diverse tesi cosmologiche contemporanee, tra cui appunto quella del "Big Bang". La tesi sostenuta direttamente da Einstein, con quelle equazioni è tuttavia un'altra: quella dell' "Universo a blocchi". Spazio e tempo costituiscono una "realtà" (un Universo) quadridimensionale che - con estrema semplificazione - ci si può immaginare come costituito da "blocchi" spazio temporali in cui passato presente e futuro sono interconnessi. Anche questa è però una concezione già presente nella mitologia antica e precisamente in quella delle Indie, dove nelle "Cronache di Akasha" si parla appunto di un Universo così costituito e dove è citato tutto ciò che è da sempre accaduto e che potrà accadere, comprese le vite di tutti gl'uomini. E' un altro mito dell'India antica e questa volta si tratta di Brahman, che concepisce il mondo e quando si addormenta questo scompare per essere ripensato il giorno dopo, ad anticipare un'altra ipotesi post "Big Bang": quella dell' "Universo oscillante" di Alexander Friedmann, che sostiene che l' Universo sia una successione di "Big Bang" e "Big Crunch". Ad essa si oppone quella di Freeman Dyson della "fine ghiacciata", secondo la quale l' Universo invece, al contrario, è in una espansione continua e costante sino alla fine dei tempi per cui le stelle si diradano sempre più, vi sono sempre meno nuovi agglomerati gassosi da cui possano formarsene di nuove e quelle vecchie muoiono: è il modello anticipato già dall' "Inferno" di Dante dove l'ultimo girone è il più oscuro e tenebroso, la "Ghiaccia", appunto. La scienza moderna dunque è stata alla fine in grado di darci solo un impianto descrittivo diverso, quello matematico, ma non è stata in grado di dare risposte esaustive e soprattutto univoche, come non ha saputo darci nulla di nuovo. La verità è che secondo i più recenti ed esaustivi studi l' Universo è costituito per circa l' 80% dalla cosìddetta "Materia Oscura" (da non confondere con l'antimateria), definita così perchè di essa non si sa assolutamente nulla. In altri termini: non si sa di cosa sia costituito l' 80% dell' Universo. In altri termini ancora: non si sa l' Universo cosa sia. Le equazioni matematiche della scienza moderna altro non sono se non un linguaggio diverso in cui vengono espressi i vecchi miti di sempre, nei quali l'uomo ha tentato di congetturare l'arcano, il mistero, ed in cui trova spazio il proprio inconscio, le proprie paure e le proprie speranze, l'orrore e la meraviglia.
francesco latteri scholten.

lunedì 6 agosto 2012

Marte: da Mariner a Curiosity passando per Viking.


6.8.2012, ore 7.31 del meridiano di Greenwich, la sonda Curiosity è riuscita a superare l'ultima difficoltà: la riduzione della propria velocità, 6 Km al secondo, ed a toccare il suolo di Marte. Il "pianeta rosso", 6.700 Km di diametro, poco più della metà di quello terrestre,  distanza dal Sole da 207 a 249 mln di Km, due satelliti Phobos (20Km di diametro) e Deimos (12), era stato già avvicinato da sonde spaziali in passato. Un primo avvicinamento a distanza inferiore a 10.000 Km, è del 14 Luglio 1965 ad opera della sonda Mariner 4, da cui si sono avuti dati importanti circa la pressione atmosferica - compresa in valori tra l' 1 ed il 2% di quella terrestre - e la sua composizione, data perloppiù da CO2. Il pianeta, sempre secondo Mariner 4, sarebbe privo di campi magnetici, la qual cosa invaliderebbe la teoria della presenza di una cintura di radiazioni pericolose, d'altra parte proprio questa mancanza esporrebbe Marte a flussi di raggi cosmici 100 volte più intensi che sulla Terra. Sempre il Mariner 4 aveva rilevato una totale assenza sia di acqua che di ossigeno. La colorazione verde di alcune aree del pianeta sarebbe dovuta perciò a sali vulcanici, e le calotte che con l'alternarsi delle stagioni - l'anno di Marte è di 687 giorni - si accrescono o diminuiscono, sarebbero costituite sempre da CO2. Nel 1969 le sonde Mariner 6 e 7 hanno inviato nuovi significativi contributi soprattutto fotografici. La prima sonda ad aver compiuto orbite intorno a Marte è stata la Mariner 9 la quale ha fornito materiale fotografico riprendente il 100% della superficie del pianeta. Si sono così potute evidenziare caratteristiche del tutto peculiari e non presenti su alcun altro pianeta. Tra queste: la Nix Olympica, dalle connotazioni di un cratere vulcanico di 80 Km di diametro con una base di 450 ed innalzantesi 25.000 m al di sopra della circostante pianura; le regioni del Sud che sembrano plasmate da ghiacciai oggi scomparsi e da tipici kanyon di cui uno 10 volte maggiore del celebre Gran Kanyon Nord americano. Nel 1976 Marte è stato nuovamente avvicinato - questa volta dalla sonda Viking - la quale ci ha inviato il miglior materiale fotografico sinora disponibile del pianeta. Esso sembra di nuovo indicare la presenza in passato di grandi quantità di acqua. Oggi Curiosity ha già inviato le prime foto, sta compiendo le prime esplorazioni e le prime analisi. I dati certi si accrescono, i dubbi spariscono. Restano, al momento, le domande di fondo, quelle che hanno animato tutto il progetto Curiosity ed il suo viaggio: c'è, o c'è stata, vita su Marte? E, cosa si intende per vita?
francesco latteri scholten.

martedì 31 luglio 2012

Farmaci: equivalenza del principio non lo è dell'efficacia. Il pasticcio della nuova legge.



La struttura del nostro organismo è tale che non basta una semplice equivalenza del principio per garantire una equivalenza dell'effetto e dell'efficacia di un farmaco. Le membrane del nostro organismo, ad es., sono - come tutti sappiamo - membrane osmotiche, dunque selezionano in base al gradiente di concentrazione. Un esempio: tutti facciamo uso di un farmaco o droga leggera, il caffè. Il principio attivo è la caffeina. Il caffè con il limone era il vecchio antidoto al mal di testa quando ancora non c'era l'aspirina. Oltre l' "espresso", il caffé che prendiamo tutti, c'è anche il "caffé americano", un espresso diluito nell'acqua di una tazza da té. Il principio attivo è lo stesso, il quantitativo anche. E' diversa invece la sua concentrazione, la quantità di caffeina per cm3 di acqua. La concentrazione di caffeina del caffé americano è quella ottimale per l'assorbimento da parte delle membrane dell'organismo per cui la caffeina presente è assorbita interamente e nel minor tempo. Fattore fondamentale è la maggior vicinanza al gradiente di concentrazione dato dalle membrane osmotiche dell'organismo. Un allontanamento, per eccesso o per difetto provoca un minor assorbimento e dunque minor efficacia. Il gradiente di concentrazione superiore dell'espresso ne è un esempio. Non è ovviamente indifferente neppure il mezzo di diluizione, nel caso, se la caffeina sia diluita in acqua, come nel nostro caffé, oppure in olio di oliva o di ricino. Più fondamentale ancora è la presenza di molecole che possono favorire o meno l'aggancio del principio attivo ad enzimi. Dunque: le componenti che non sono principio attivo non sono assolutamente meno essenziali e fondamentali all'efficacia del farmaco. E' il medico che, visitato l'ammalato, ha - e deve avere - il compito di decidere in proposito. Si tratta di una decisione che non può essere demandata al farmacista, che non ha compiuto - né potrebbe essere suo compito farlo - una visita medica del malato, senza creare una conflittualità di competenze del tutto inutile. 
francesco latteri scholten.