sabato 27 aprile 2013

Machiavelli: il cinquecentenario de Il Principe.


Il 16 settembre 1512 i partigiani dei Medici occupavano il Palazzo e la Repubblica Fiorentina, per conto della quale il nostro aveva avuto incarichi anche importanti, cessava di esistere. Il 7 novembre è privato degli incarichi, e, sospettato di aver preso parte alla congiura del Boscoli, è arrestato, incarcerato e addirittura torturato. L'elezione, l' 11 marzo 1513 del cardinale de Medici al soglio pontificio, gli aprirà le porte del carcere, il suo ritorno alla vita politica attiva è, per il momento, impossibile. E' questo periodo di ozio forzato che gli consente di concentrarsi a pieno e di riflettere sulla realtà della vita politica. Pare ormai definitivamente accertato che la stesura delle due opere politiche maggiori sia proceduta ad incastro: Machiavelli avrebbe lavorato inizialmente alla stesura del primo libro dei "Discorsi", l'avrebbe interrotta per la composizione del "Principe" da luglio a dicembre. Di politica ci si era occupati dall'antichità e le opere anche assai note sono diverse: da "La Repubblica" di Platone, a "La città di Dio" di Agostino, all' "Utopia" di Tommaso Moro o alla "Città del Sole" di Campanella. Tutte caratterizzate da un prius che è un riferimento ideale ed ideologico. Il distacco di Niccolò - come lo sarà un secolo e mezzo dopo per Hobbes - da queste opere è netto: il riferimento è infatti la realtà esperienziale quotidiana dello Stato quale questo in essa si manifesta con il dispiegamento concreto del potere puro e semplice. E, la questione centrale per il nostro, come sarà poi per Hobbes, è quella di garantire lo Stato quale che esso sia, a prescindere cioé dalla sua forma. Lo Stato cioé deve essere solido, organico e funzionale e poco importa che sia repubblicano - cui va la sua preferenza -, popolare o tirannico. E' ciò che ne fa il fondatore della politica moderna e che ne rende la stupefacente attualità, anche più di Hobbes. A differenza che nei "Discorsi" in cui hanno parte a volte importante i cittadini, il popolo, le diverse categorie sociali etc, la figura di riferimento de "Il Principe" è una sola: quella del principe, appunto. Il Principe deve avere i requisiti, eventualmente anche amorali o apertamente immorali che gli garantiscano di assurgere al principato. Così egli è anche un "uomo nuovo" e quello che egli inaugura è un principato nuovo. Qui si scorge però nel nostro, se non un ideale, almeno un desiderio, un sogno, e ciò lo riavvicina agli autori di cui sopra e fà sì che più compiutamente sia Hobbes il "compilatore" dello Stato moderno. Il sogno, più che legittimo, cui và inclinato il Principe è quello di liberare l' Italia dalle dominazioni straniere, dalla "ruina d'Italia", ed egli deve essere tale da poter portare avanti questo compito ed instaurare così il vero principato nuovo. E' a questo Principe nuovo, la cui figura viene dominando nei capitoli VI e VII e identificato nel Valentino, che vanno i consigli del Machiavelli. Si tratta perciò ora. di verificare se la situazione effettuale italiana sia matura per il suo avvento. La risposta, nelle ultime pagine del celebre opuscolo, è affermativa: "... chi io non so qual tempo mai fussi più atto a questo." Proprio in questo però il nostro si era evidentemente sbagliato ed occorrerà attendere ancora tre secoli e mezzo. Comunque sia "Il Principe" è e resta un'opera delle più intelligenti della politologia, dalla lettura agevole e, per il suo italiano d' epoca, gustosa, utile ad una riflessione accurata e profonda. 
francesco latteri scholten.

giovedì 25 aprile 2013

Il 25 Aprile tra Grillo e Napolitano ...


A prima vista, e riduttivamente, potrebbe sembrare la più perfetta delle antitesi e delle antinomie: la celebrazione del 25 Aprile e la sua dichiarazione di morte. Così invero non è, anche se certamente non si vuole cercare una sintesi. Un'analisi però sì e cercare di capire anche. Con il cuore si era lì, all' Altare della Patria, con Giorgio Napolitano, con Piero Grasso, con Laura Boldrini e con molti dei rappresentanti delle forze politiche dei diversi orientamenti, M5S compresi. E, non possono non essere condivise le parole di Giorgio Napolitano: «Nei momenti cruciali per il Paese in tempo di crisi la memoria è fondamentale. Venendo in posti come questi, c'è sempre molto da imparare sul modo di affrontarli: servono coraggio, fermezza e senso dell'unità, che furono decisivi per vincere la battaglia della Resistenza». Né possono non essere condivise le parole di Francesco Polcaro presidente dell' ANPI di Roma quando afferma che la lotta contro il nazifascismo non è mai finita. Condivisioni condivise - mi si scusi il bisticcio di parole - anche da Grillo, la cui frase ad effetto, per un'analisi onesta va ricondotta nel giusto quadro, per intero recita così: "il 25 Aprile è morto nell'inciucio di un governo PdL - PD". Si tratta però di andare oltre (anche oltre il discorso dell' inciucio riguardante solo il presente più specifico), di non fermarsi a contesti socioculturali e politici che, sebbene ancora oggi purtroppo si ripresentino in sacche di contesti connotati dalla arretratezza, sono soprattutto di ieri. Dal 1945 ad oggi, come dice il proverbio, ne è passata di acqua sotto i ponti, non solo per una crescita della società e dei suoi modelli, ma anche, ahimé, per lo stesso nazifascismo il quale - quello vero - oggi ben si guarda dal presentarsi nei modi, nelle vesti e nei panni di quello di ieri. Il nazifascismo di oggi è quello delle multinazionali, delle banche che stanno comprando e distruggendo le democrazie, dello Spread. Sono cambiati anzitutto i volti umani che lo interpretano. Non sono più le facce dure, volutamente scolpite nella pietra, urlanti dal balcone di palazzo Venezia o del Reichstag, o di altri luoghi, incarnate da un Hitler, da un Mussolini, da un Franco, con a fronte maree umane ridotte ad un solo ed identico tipo, negli stessi atteggiamenti esaltatamente sottomessi. Il nazifascismo di oggi si presenta con ben altre facce, ad es. con quelle affabili di Jamie Dimmon o di Ina Drews entrambi di JP Morgan. Già Pier Paolo Pasolini osservava che l'antifascismo non può e non deve arroccarsi semplicisticamente nella lotta alle vecchie forme classiche di nazifascismo, ma deve soprattutto individuare anche quelle nuove ed opporvisi tempestivamente. Questo però è ciò che puntualmente il 25 Aprile, ahimé, omette di fare, con ciò stesso iscrivendosi nel passato, nell' obblìo, nella - speriamo di no - morte.
francesco latteri scholten.

martedì 23 aprile 2013

Matteo Renzi: il più auspicabile per palazzo Chigi.




Una delle maggiori cause della crisi politica, irrisolta anzicché no, proprio con le elezioni, la qual cosa ha pesantemente gravato anche sull'elezione del Presidente della Repubblica, è stato - oltre l'incapacità di gestire il "porcellum", l'irrigidimento di ciascuno sulle proprie posizioni e le "faide" interne - l'accanimento su nomi vecchi della vecchia guardia che, connessa di fatto l'elezione del PdR alla formazione del successivo governo rischia di trasporsi a questo. Nel suo discorso di insediamento Giorgio Napolitano sembra voler uscire - si spera grandemente! - da questi orizzonti, essendosi espresso apertamente per l'apertura a nomi giovani e capaci. Il sindaco di Firenze rientrerebbe agevolmente nelle indicazioni, potrebbe convogliare il sostegno almeno di buona parte della sinistra, è aperto al centrodestra e supererebbe il veto del PdL ai "tecnici" e sarebbe certamente ben più accetto ai cittadini comuni di altri nomi circolanti, quale ad es. quello di Giuliano Amato, già bollato da Grillo - non senza qualche ragione - come "il ragioniere di Craxi". Renzi è inoltre indubbiamente più brillante e vicino alla gente del pur ottimo Letta, eccellente diplomatico, cui personalmente - proprio per questo - auguro il Ministero degli Esteri. Il nostro inoltre ha ben dato prova di sé in una decente gestione della propria città con criteri aperti al nuovo ed all'innovazione ferma restando la centralità socio culturale della impareggiabile e mirabile tradizione fiorentina. 
francesco latteri scholten. 

lunedì 22 aprile 2013

Giorgio Napolitano, l'insediamento: accolte anche istanze dei grillini.




Tre bandiere sventolano di nuovo sulla torre del palazzo del Quirinale, quella italiana, in alto, quella europea e quella di Roma: il Presidente è di nuovo in sede. Lo sfreccio delle "Frecce Tricolori" sull' Altare della Patria lo avevano preannunciato. Giorgio Napolitano è ora - finalmente! - di nuovo nei suoi pieni poteri e non come nell'ultimo semestre, quello "Bianco". Dunque ha facoltà di sciogliere le Camere, ed ha facoltà - come più di un passaggio del suo eccellente discorso di insediamento velatamente indica - di dimettersi anzitempo dal proprio mandato. E' l'estrema gravità della situazione economica, il debito pubblico ha ormai raggiunto il 130% del PIL, il primo motivo ad averlo spinto ad accettare. Il secondo è la manifesta incapacità politica proprio di quei partiti, e lo denuncia apertamente, che lo hanno spinto ad accettare un secondo mandato. Incapacità anzitutto istituzionale per non aver dato seguito al monito reiteratamente fatto, tanto da lui stesso quanto dal Presidente della Corte Costituzionale Gallo, di modificare con urgenza la legge elettorale, fonte di gravi squilibri che sono la radice dell'attuale crisi politica. Denunciata con forza anche la grave carenza, già indicata a "squarciagola" da Grillo e dal M5S, della autoreferenzialità della politica e dei partiti ed il conseguente grave iato apertosi tra essi e la società. I partiti - così Napolitano - sono indispensabili alla democrazia, ma lo sono nella misura in cui dialogano con la società, con i cittadini, e li rapprsentano ascoltandoli. La disponibilità di Napolitano è perciò nella misura in cui i partiti hanno quella di prendersi le loro responsabilità, cosa che fino ad oggi non hanno voluto né saputo fare. Insomma si ricomincia da ieri, da sei mesi fa, dal giorno prima dell'inizio del semestre "Bianco": "the day after tomorrow".
francesco latteri scholten.

domenica 21 aprile 2013

Elezione PdR specchio dello stallo della politica.


"... nunc in spaeculum et aenigmate" recitava il grande S. Paolo. Ed aveva ragione. L'elezione del Presidente della Repubblica, ha confermato che così è anche in politica, essa infatti ha portato al pettine i veri e più sostanziali nodi della politica italiana, la loro forza e la loro ormai protratta persistenza temporale. Si tratta di nodi che si vanno procrastinando ed infittendo ormai - da una parte e dall'altra - da un buon ventennio a questa parte. E' stata la candidatura di Romano Prodi a metterle meglio in evidenza, sia a destra che, ancor più, a sinistra. Qualcuno diceva - non senza ragione - "se non riesci a capire la politica, guarda all'economia ...", se lo si fa si vede che Prodi, oltre che fondatore dell' "Ulivo", è stato anzitutto presidente dell' IRI, nella cui carica il suo operare è stato tutt'altro che di "sinistra", la cessione dell' Alfa alla FIAT può ben considerarsi un antesignum delle privatizzazioni. Una candidatura che ipso facto a destra non può trovare una vera contrarietà di natura politica e che perciò stesso sottolinea come la diserzione della destra sia dovuta sostanzialmente al fatto di non ritenere Prodi un garante sufficiente per le vicissitudini giudiziarie di Berlusconi, ecco il vero ventennale nodo a destra. La stessa candidatura di Prodi mette altresì bene in evidenza i nodi ventennali della sinistra. Se infatti si passa la focalizzazione dal presidente dell' IRI al fondatore dell' "Ulivo" si vede bene come un uomo che si è caratterizzato per una politica di destra si porti in piazza come fondatore di un movimento che si vuole di sinistra, e si ci vuole al punto di fondersi con gli "eredi" dell'ex PCI. E' proprio la candidatura di Prodi a mettere bene in evidenza, non tanto la spaccatura nel PD tra renziani e non renziani - certamente anche quella - ma ancor più quella tra la rappresentanza politica del PD e la sua base, il vero nodo che connota la sinistra da oltre un ventennio, scaturigine del suo stallo: una leadership che ad oltranza ed a qualunque costo vuole ispirarsi a destra e che lì si volge preferendola ai propri valori e dunque alla propria identità, nonché alla sua base. Ne sono piena testimonianza - sempre in questa elezione del PdR - sia il rifiuto dell'appoggio della candidatura di Stefano Rodotà - il cui agire successivo all'elezione di Napolitano ben dimostra che sarebbe stato al pari di questi un Presidente di tutti - sia il rifiuto di proporre ad es. la candidatura di Emma Bonino che avrebbe trovato conferma sia dai grillini, ma anche da altri. Così il preannunciato congresso del PD si configura già come inutile perché fatto da una rappresentanza politica volta in senso contrario al volere della propria base. Il nodo della sinistra, occultato dallo sbattimento in prima pagina delle vicissitudini giudiziarie di Berlusconi, appare invero assai più grave di quest'ultimo, e - ancor più di questo - è la scaturigine dello stallo politico istituzionale in cui da vent'anni ci troviamo.
francesco latteri scholten.

sabato 20 aprile 2013

Il Parlamento rielegge Giorgio Napolitano con 2/3 dei voti: Viva il Presidente.


"Il Parlamento è il luogo della legalità e della Democrazia", così Stefano Rodotà alla notizia della rielezione di Giorgio Napolitano. Parole che avrebbero benissimo potuto essere dello stesso Napolitano. Due gentiluomini doc, della stessa estrazione politico ideologica, migliori rappresentanti della élite politica e culturale del ns. Paese. Due uomini che godono entrambi della mia personale massima stima spesso manifestata anche apertamente nei miei scritti. La proposizione del nome di Giorgio Napolitano, ha consentito finalmente l'uscita dalla situazione di empasse nella quale era caduta la leadership politica di più di un partito. Per fortuna non era a me che spettava un voto o una scelta perché sarei stato in imbarazzo. Alla fine, probabilmente, avrei scelto Napolitano, cui lo stesso Rodotà garantisce il più pieno sostegno derivante dal credo profondo negli stessi valori. "No alla marcia su Roma" è stata la sua immediata risposta ai gridi post elettorali di Grillo, e questo dice che una sua eventuale elezione sarebbe stata, come quella di Napolitano, a pieno sostegno di tutta l' Italia e il suo arco parlamentare. Dice anche che con Grillo si sarebbero create frizioni. Comunque sia habemus Presidentem e da me avrà quel sostegno, quella stima e quella solidarietà piena che sempre ha avuto. In bocca al lupo Presidente! Ne avrà bisogno.
francesco latteri scholten.

venerdì 19 aprile 2013

Presidente e presidenziali: Rodotà il più voluto dai cittadini.



L'elezione del Presidente della Repubblica, siamo alla quarta fumata nera, conferma lo iato - per non dire l'abisso - tra il "palazzo" ed i cittadini. Eccezione è il M5S che in qualche modo ha introdotto di fatto una elezione diretta del Presidente da parte dei cittadini, come voluto tempo addietro già dall'allora Forza Italia. Il nome - dopo la rinuncia di Gabanelli e Strada - più votato è risultato quello del noto, non solo in Italia, bravo giurista Stefano Rodotà, sostenuto con coerenza dal movimento in tutte e quattro le votazioni. E' utile soffermarsi sul fatto che nell'ultima votazione cui PdL e Lega hanno deciso di non prendere parte, Stefano Rodotà si sia posizionato a 213 preferenze, contro le 241 della votazione precedente ed a fronte di un netto rialzo della Ministro Cancellieri, a dimostrazione che la candidatura di Rodotà sia invero molto ben accettabile anche per altre forze politiche come conferma - oltre le tante celebrazioni a Sinistra - anche la definizione di "Gentiluomo doc" affibbiata nientemeno che dal quotidiano "Libero". A fronte altre candidature tutte espressione del "palazzo" e invise o già bocciate dai cittadini. A cominciare dalla prima: Franco Marini era stato bocciato alle elezioni e, certamente non mi risulta personaggio amatissimo dalla base del PdL - è stato Berlusconi a farne il nome a Bersani - e meno che mai alla base del PD, la quale si è apertamente ribellata - ma non è stata ribellione solo della base - portando ad un pelo dallo spaccamento del partito. La candidatura di Prodi - fondatore dell' "Ulivo" - imposta da Bersani è servita a ricompattare in qualche modo il PD, ha però portato alla divisione con PdLe Lega ed al rifiuto di questi di partecipare al voto, come anche al distanziamento di Grillo, e, sul fronte interno ha creato uno iato con la propria base. Insomma l'elezione del Presidente della Repubblica non ha fatto altro che riproporre in maniera fortemente accentuata le problematiche di Bersani e dei suoi già palesemente emerse per la creazione di un Governo ancora da farsi: incapacità di trovare un dialogo tanto a destra con PdL e Lega, quanto a Sinistra con Grillo ed in basso con la propria base. 
francesco latteri scholten.