mercoledì 30 luglio 2014

Un Canguro (comma 8 art. 85 regolamento Camera) per uscire dalle paludi Stige ex Prima Repubblica.


Accanto alle certamente più scenografiche bagarre in Aula, grida, urla ed altre teatralità atte all'ostruzionismo, lo strumento senz'altro più efficace a questo fine è stato - per gl'aspetti più deleteri della Prima Repubblica - l' emendamento. Grazie ad esso e ad un suo uso "sapiente" era infatti possibile per le tante forze politiche di consistenza aleatoria o quasi (cancellate, per fortuna, sia dalla storia che dalla politica), bloccare in Parlamento l'iter legislativo delle norme della maggioranza. La prassi era quella magnificamente emulata in questi giorni rispettivamente da SEL, 6 mila emendamenti, e dal M5S, 2 mila. La funzione paralamentare, che è quella - come giustamente sottolineato dal Ministro Maria Elena Boschi - sì del dialogo tra maggioranza ed opposizione non della inversione dei ruoli, veniva così del tutto distorta. Il lento traghettamento al di fuori di queste paludi Stige della politica è stato iniziato nel 1996 dall'allora Presidente del Senato Nicola Mancino, il quale fece riferimento per analogia al procedimento indicato al comma 8 dell'articolo 85 della Camera, il quale consente, bocciato un emendamento, di considerare analogamente e parimenti bocciati tutti quelli simili. Testualmente: "Qualora siano stati presentati ad uno stesso testo una pluralità di emendamenti, subemendamenti o articoli aggiuntivi tra loro differenti esclusivamente per variazione a scalare di cifre o dati o espressioni altrimenti graduate, il Presidente pone in votazione quello che più si allontana dal testo originario e un determinato numero di emendamenti intermedi sino all’emendamento più vicino al testo originario, dichiarando assorbiti gli altri. Nella determinazione degli emendamenti da porre in votazione il Presidente terrà conto dell’entità delle differenze tra gli emendamenti proposti e della rilevanza delle variazioni a scalare in relazione alla materia oggetto degli emendamenti. Qualora il Presidente ritenga opportuno consultare l’Assemblea, questa decide senza discussione per alzata di mano. E’ altresì in facoltà del Presidente di modificare l’ordine delle votazioni quando lo reputi opportuno ai fini dell’economia o della chiarezza delle votazioni stesse." La procedura è stata poi ripresa nel 2002 e nel 2004 da Marcello Pera. Questi precedenti hanno consentito al Presidente Pietro Grasso di rifarsi al comma 8 dell'art.85, non più solo semplicemente come analogia alla procedura della Camera, bensì anche come prassi del Senato stesso: "la prassi - ha dichiarato lo stesso Presidente - adottata dal Senato ha creato una prassi regolamentare interna al Senato, per cui oggi il Riferimento alle norme interne a Montecitorio «non ha più consistenza". Sarebbe rimasto tuttavia un problema proprio in relazione al voto sull'elettività del Senato: lo stesso Regolamento Camera prevede infatti il divieto di fare ricorso alle disposizioni dell'ultimo periodo del comma 8 art. 85 per quanto concerne le leggi costituzionali. La questione è stata risolta dalla Giunta per il Regolamento del Senato che ha approvato la prassi del Presidente Grasso con 10 voti contro 4. Al Presidente Pietro Grasso ed alla Giunta dunque il merito di aver finalmente traghettato la prassi procedurale fuori dall' empasse della Prima Repubblica, a Renzi una vittoria politica: "Le riforme non sono il capriccio di un premier autoritario. Ma l’unica strada per far uscire l’Italia dalla conservazione, dalla palude, dalla stagnazione che prima di essere economica rischia di essere concettuale. Io non lo lascio il futuro ai rassegnati. Questa è la volta buona, costi quel che costi". Così il Premier nella sua ultima e-news.
francesco latteri scholten

sabato 26 luglio 2014

General Motors, nuovo tracollo: - 84%


1,2 miliardi di dollari, questo l'ammontare degl'utili del primo costruttore americano per il primo quadrimestre 2013, con tendenza all'inversione già nell'ultimo periodo. Il dato era comunque sufficientemente positivo da portare finalmente, dopo lunga assenza, di nuovo all'inserimento di GM nell' "index 500" di Standards & Poors". Poi, dopo insabbiamenti e fuorviamenti vari, la venuta a galla dello scandalo della chiavetta dell'accensione, che covava già dal 2005, con il richiamo di diversi milioni di veicoli tra cui la Chevrolet Impala (uno dei modelli di punta da sempre della produzione GM) del 2005 della stessa Laura Anders, dirigente GM. A seguito dell'attraversamento di una cunetta di rallentamento, la vettura si era improvvisamente spenta e bloccata. L'officina cui la Anders si rivolse immediatamente accertò che il fatto era dovuto ad un difetto della chiavetta dell'accensione ed ella segnalò immediatamente la cosa a GM. Solo di recente e dunque con anni di ritardo la vettura della Anders è stata richiamata ed una verifica del caso (e dei ritardi) ha portato alla luce lo scandalo nello scandalo. Il caso è tutt'altro che isolato ed ha portato a diversi incidenti con complessivamente 17 morti. Il mancato immediato richiamo e la mancata immediata modifica di produzione per quanto concerne il difetto, ha fatto sì che l'esplosione dello scandalo abbia portato alla più grande azione di richiamo della storia dell' automobile: sinora sono oltre 20 milioni i veicoli richiamati, cui se ne sono aggiunti altri 8,4 milioni con l'ultimo richiamo. Il danno economico è corrispondente, e rischia di ingigantirsi ancor più per le class actions intraprese dai danneggiati. Immenso il danno d'immagine, immagine che GM aveva faticosamente ricostruita, e con esso il crollo degl'acquisti e degl'utili: solo 190 milioni di dollari nel quadrimestre 2014 con un tracollo dell'84%. Dimensioni tali insomma da mettere di nuovo in discussione il futuro e la stessa esistenza del numero uno dei costruttori americani.
francesco latteri scholten

mercoledì 23 luglio 2014

Al Baghdadi: infibulate tutte le donne, ovvero l'attualità di Huntington.


Il decreto di Al Baghdadi, califfo autoproclamato dell' ISIS (o ISIL), e discendente - sempre per autoproclamazione - di Maometto, del 21 u.s. con il quale si impone a tutte le donne l'infibulazione, andando ben oltre la stessa legge islamica che invece non la prescrive, anche se l'aberrante pratica è assai diffusa negl'ambienti islamici, porta in auge con forza, insieme al drammatico conflitto israelo palestinese (ma anche insieme a quello russo ucraino), le tesi di Huntington del 1997. La ripropongono anche le realtà di piazza ad es. di Parigi e di Ankara. La ripropongono anche le mancate realtà di piazza ad es. di Roma, dove appena qualche decennio addietro si manifestava in massa all'insegna dello slogan "Palestina libera o intifada anche qua". Paradossalmente la mancata realtà di piazza a Roma ben spiega i disordini di Parigi: negl'anni dello slogan romano infatti la piazza parigina era in subbuglio più che quella laziale ed il sostegno dei francesi era più sostanzioso di quello italiano. Oggi invece lo scenario francese è difficilmente ancora identificabile come tale, specie nei momenti della preghiera e delle ricorrenze islamiche quando la città della Senna è irriconoscibile come europea e le manifestazioni di piazza a favore della Palestina vedono la presenza soprattutto di islamici. Nella città dei sette colli ed in Italia il fenomeno non ha ancora raggiunto le dimensioni d'oltralpe, ma tuttavia è ben evidente ed in fortissima crescita per l'immigrazione di massa originata con gli sbarchi. Fermo restando il dovere dell'aiuto umanitario a chi è in necessità (anche se andrebbe sottolineata la purtroppo non reciprocità della cosa), la realtà e le dimensioni del fenomeno sono ormai tali da porre non pochi problemi. Anzitutto per quanto concerne i diritti umani, le donne, la diversità sessuale (si legga i gay), e la stessa libertà religiosa. Tutti settori nei quali l'immigrazione di massa ci riporta di fatto indietro ad un passato che si riteneva la nostra civiltà avesse per fortuna superato. Ed invece eccolo di nuovo lì con le sue guerre di religione, le cacce alle streghe, i roghi al "finocchio", i roghi di libri, le torture e quant'altro. E non riguarda solo i territori dell' ISIS. Il problema c'è immediatamente, non solo in Francia a Parigi o in Germania a Berlino, ma anche, identico, ad es. nelle ns scuole medie, dove i ragazzini islamici si rifutano di fare quello che dice la Professoressa perché è una donna e per di più un'infedele e loro ormai sono già - almeno per la legge islamica - degl'uomini. Il problema c'è nei nostri commissariati di polizia quando c'è l'ennessimo assassinio della ragazza islamica che si è rifiutata alle nozze con chi se l'era comprata o più semplicemente perché "rea" di voler vivere all' "occidentale" o perché rifiutava appunto l'infibulazione, o ancora perché c'è l'ennesimo omicidio a causa della più grave delle colpe: l'omosessualità. Ed allora se ben venga la condanna per crimini di guerra dell'Israele di Netanyahu, cui un equo Moni Ovadia ha ben fatto a ridare indietro la cittadinanza, ben venga altrettanto quella di Al Baghdadi ad es. per i fatti di Mosul contro i cristiani. Ma di questo nessuno dice nulla. Più che la barbarie grottesca di Al Baghdadi, simbolo emblematico della nuova realtà che viene configurandosi sin nel cuore della ns vecchia Europa - Italia compresa - è proprio quella parigina di questi giorni: un ritorno subdolo e poco appariscente ma proprio per questo ben reale al passato, e ad un passato non francese: un passato islamico, ma non quello fiorente dell'Islam medioevale, quello tenebroso di un Bin Laden, di un Al Baghdadi e così via. E, riconosco di avere sbagliato: allora, nel 1997, mi distanziai in parte dalle tesi di Huntington. Oggi gli riconosco di avere non solo pienamente ragione, ma che le prospettive, dati alla mano sono più tenebrose. Lui scriveva così: "La tesi di fondo di questo saggio ("Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale" ndr.) è che la cultura e le identità culturali - che al livello più ampio corrispondono a quelle delle rispettive civiltà - siano alla base dei processi di coesione, disintegrazione e conflittualità che caratterizzano il mondo post-Guerra fredda." E per questo che "Nel mondo post-Guerra fredda le bandiere sono importanti, al pari di altri simboli di identità culturale: croci, mezzelune, e persino copricapi; perché la cultura è importante, e l'identità culturale è per la gran parte degli uomini il valore primario. Il genere umano sta scoprendo nuove, ma spesso anche vecchie identità, e sta marciando sotto nuove (ma spesso anche vecchie) bandiere che portano a combattere guerre contro nuovi (ma spesso anche vecchi) nemici." Ed oggi una mezzaluna ben più inquietante di quella del medioevo è ben diffusa ad es. a Parigi ma anche a Roma.
francesco latteri scholten

giovedì 17 luglio 2014

VolksWagen acquista FIAT-Chrysler?


Si sarebbero incontrati Ferdinand Piech e gli Agnelli. VolksWagen acquista FIAT? La domanda, questa volta posta da Michael Freitag dell'autorevole Manager Magazine, è circolata più volte nella storia, come pure quella circa la dismissione del settore automobilistico da parte della famiglia Agnelli. Essa si è sempre posta anche parallelamente ad un "polarismo" tra i due grandi marchi europei ed è coincisa sempre con i momenti di crisi. La prima volta seria è stata alla fine degl'anni '60, quando i modelli di entrambi i marchi erano ormai obsoleti, ancora a motore posteriore per le fasce medio basse (rispettivamente 500, 600, 850 e maggiolino). Allora l' "Avvocato", Gianni Agnelli, e con lui tutta la famiglia, avevano preferenza per il settore finanziario (come ancora oggi) e per quello aereospaziale. E' ad Enrico Cuccia, patron del salotto buono della finanza italiana (e soprattutto detentore delle chiavi delle scatole cinesi finanziarie con cui gl' Agnelli controllano FIAT), che si deve il sì all' anti Golf dal basso, la 127, con cui FIAT diventerà primo costruttore estero in Germania. Tra i due marchi da allora in poi il polarismo, o l'ispirazione reciproca c'è sempre stata, e, se per l'aspetto tecnico ci si è spesso volti ai tedeschi, per il design la palma è ovviamente italiana, ed è importante. Se infatti Cuccia aveva guardato alla Golf, Ferdinand Piech, il manager VolksWagen più importante della storia recente del marchio di Wolfsburg, ha da sempre guardato al design ed al temperamento italiano, specie se il marchio è Alfa Romeo. Tuttavia se l'uomo Piech, come tutti, ha dei sogni, il manager guarda alla realtà con sguardo freddo e disilluso: per il sorpasso di Toyota è necessaria la conquista del mercato nordamericano, dove il marchio tedesco ha le stesse difficoltà che aveva FIAT e che l'azienda italiana ha superato proprio con l'acquisto di Chrysler. La terza delle "tre sorelle" di Detroit ha portato infatti in dote la propria estesa rete di concessionari nonché diversi marchi molto apprezzati (e venduti) negli States: Dodge e Jeep per citarne solo due, ma che fanno rumore sul mercato importante dei Suv e dei Pick up. E' stato proprio il mercato nordamericano, con oltre 900.000 vetture vendute - quasi tutte Chrysler - ad avere salvato il fatturato del gruppo FIAT per il 2013. Ed è qui il problema: VW dovrebbe, ovviamente, acquistare anche FIAT e con essa il suo notevole indebitamento (diversi miliardi) con una spesa complessiva di circa 20 Mld per tutto il gruppo FCA (FIAT-Chrysler Automobiles). Sebbene la cifra possa eventualmente essere in parte recuperata con economie grazie alla produzione di scala (stessi pezzi per i diversi modelli), essa è comunque tale da porre dei problemi non indifferenti alle politiche industriali della casa di Wolfsburg, ad esempio nel settore dei veicoli pesanti, dove si sta guardando a Mann ed a Scania. Insomma, sogni di gloria a parte, il vero interesse sarebbe per Chrysler e tutt'al più anche per Alfa Romeo, ma anche qui c'è una realtà di rilievo che pesa: quella della precedente esperienza di Mercedes proprio con Chrysler.
francesco latteri scholten

martedì 15 luglio 2014

Netanyahu, Ruth Wisse e la politica hitleriana dello spazio vitale.


L'intimazione di sgombero alle popolazioni palestinesi di Gaza - per motivi umanitari si capisce, è un invito "per la loro stessa sicurezza" come ha apertamente affermato il Premier israeliano e subito eseguito con fuga in massa portandosi pecore, mucche, cani, le proprie cose più care - mette a nudo la verità del resto apertamente dichiarata già da tempo alla comunità giudaica, perlomeno quella più conservatrice e reazionaria, sulle pagine dell' "American Jewish Committee" da Ruth Wisse all'epoca docente presso la McGill University. Per la Wisse i palestinesi vanno collocati ai più infimi livelli dei valori in quanto oltre ad essere insignificanti, la qual cosa di per sé li collocherebbe ai livelli più bassi, essi interferiscono con i progetti della Gente Importante, ovvero gl'americani privilegiati e gl'ebrei israeliani (cfr. Noam Chomsky, "Le illusioni del Medioriente"). La Wisse sostituì poi quel Martin Peretz che a ridosso dell'invasione israeliana del Libano nel 1982 incitava ad "Infliggere una durevole sconfitta militare per far capire bene una volta per tutte, ai palestinesi che la loro lotta per uno Stato palestinese indipendente ha subito un colpo che li paralizzerà per anni..." Le posizioni della Wisse e di Peretz riportano insieme - drammaticamente - sia al passato, israeliano e non, sia al presente. Al presente in quanto sono del tutto assimilabili a quelle della politica di Netanyahu e specie delle sue ultime intraprese militari e militaristiche, al passato in quanto come si evince, anzitutto dai fatti prim'ancora che dalle parole, la concezione e l'atteggiamento di fondo del conservatorismo giudaico non è per nulla mutato. Riporta inoltre al passato più oscuro non israeliano, bensì nazista della concezione dello spazio vitale di Adolf Hitler, anch'esso da ottenere a discapito degl' "inferiori". Riporta, anche e tragicamente, a quel parallelismo tra nazionalsocialismo e giudaismo denunciato per primo - in epoca ancora non sospetta - da Nietzsche: "Il nazionalsocialismo è una forma secolarizzata di giudaismo, portato in Europa dai preti, e che ne riafferma le tesi: questi sono i puri, questi sono i figli di Dio, questi hanno l'essere, dunque è ad essi che spetta l'avere..." Del resto se si affiancano le pagine dello "American Jewish Committee" e quelle dello "Der Sturmer" non si può non restare sbalorditi...
francesco latteri scholten 

lunedì 7 luglio 2014

Don Rustico: "Cacciate a schiaffi il giornalista della notizia dell'inchino della Madonna al boss..."




Dopo l'inchino della statua della Madonna al boss, la cacciata del giornalista che ha dato la notizia dalla chiesa: "Cacciate a schiaffi il giornalista della notizia dell'inchino della Madonna al boss..." A soli 15 giorni dalla decisa scomunica dei mafiosi da parte di Papa Francesco, é così che ha esordito dal pulpito per l'omelia Don Benedetto Rustico, parroco di Oppido Mamertina, contro il giornalista e cronista de "Il Fatto Quotidiano", Lucio Musolino - cui va tutta la solidarietà di chi scrive -, ch'era presente in Chiesa. Benzina sul fuoco dell'inchino della statua della Madonna davanti casa di Giuseppe Mazzagatti, ritenuto capo dell'omonima cosca di Oppido Mamertina. Se, da un lato c'è stata l'immediata condanna sia del Vicepresidente della CEI, Mons. Angelo Spinillo, "istigazione non cristiana e non civile", così come quella di Salvatore Nunnari, Presidente della Conferenza Episcopale Calabra, dall'altra, come si evince anche dalle oneste parole dello stesso Mons. Spinillo a "il Fatto Quotidiano": "Sinceramente si rimane molto perplessi di fronte alla divulgazione di notizie che portano alla conoscenza di tutti di avvenimenti che non sono quelli che la Chiesa vorrebbe, soprattutto quando si istiga ad azioni contro le persone e contro la verità dei fatti. Si possono avere opinioni diverse, – sottolinea ancora il vicepresidente della Cei – magari condizionate da una tradizione che non riusciamo ancora a superare, ma non è possibile che ci siano forme di istigazione di questo tipo che non sono né cristiane e né civili, e che minano il rispetto del ruolo e della persona". Ed è purtroppo vero: una tradizione che non si riesce ancora a superare; ma proprio queste parole trovano un immediato parallelismo con le dichiarazioni del Sindaco di Oppido Mamertina, - anch'egli immediatamente distanziatosi - Domenico Giannetta: "A noi pare che sia stata ripetuta una gestualità che va avanti da 30 anni...". Insomma, la seconda grande, oscura e tenebrosa ombra della storia italiana, quella dei rapporti Chiesa / mafia, peraltro sempre intrecciata con la prima, quella del rapporto Stato / mafia, il fantasma di De Pedis sepolto in S. Apollinare (rimosso grazie all'impegno civico di molti e dell'ex sindaco di Roma Walter Veltroni). Da qui la richiesta più adeguata pare essere quella duplice di Giancarlo Caselli, risposta ferma e decisa sia dello Stato che della Chiesa. Da parte dello Stato un provvedimento immediato di scioglimento della Giunta Comunale, da parte della Chiesa ferma condanna e distanziamento, ma, soprattutto, vicinanza e sostegno pieno a Papa Francesco ad alla sua scomunica. In proposito infatti l'ex Capo della Procura di Palermo ribadisce: "Le coscienze dopo la scomunica di Bergoglio non si sono ancora risvegliate. Sarebbe opportuno che tutti i parroci, dell’Italia intera, ripetessero ogni domenica questa scomunica. È importante che la Chiesa non ceda, che non faccia passi indietro (...). Guai se l’inchino fosse accettato. E (...), auspico che faccia la stessa cosa lo Stato." Ed in proposito Caselli sottolinea l'importanza del segnale proveniente dalla rivolta (alla scomunica di Papa Francesco, ndr) dei carcerati per ndrangheta nel carcere di Larino, segnale che non va disinterpretato: "Verrebbe da dire che i boss della ’ndrangheta rifiutando la messa accettano la scomunica, magari si pentono. Ma non è così. È una ribellione. Ribadiscono la loro mafiosità. Pretendono di continuare a uccidere, rubare e trafficare droga senza essere condannati come “peccatori”. È una sfida a chi offre una cultura alternativa alla loro violenza. Indicano papa Francesco come nemico e lo sfidano perché non vuole essere loro complice, distinguendosi da una certa Chiesa del passato, spesso prigioniera di un agire troppo timoroso se non connivente." 
francesco latteri scholten

giovedì 3 luglio 2014

ISIS, minacce di Al Baghdadi e reale pericolo economico: il Dinaro d'oro.



C'è qualcosa che non quadra, che non torna né nei conti, né nei fatti del Medio Oriente, di Al Qaeda ed adesso dell'ISIL. Non torna, per chiunque abbia presente il documentatissimo "Fahrenheit 9.11", già dalla morte di Osama Bin Laden. Michael Moore ci mostrava infatti (e documentava) i summit tra le famiglie Bin Laden e Bush, Bush e reali sauditi, Bin Laden ex capo della CIA per il Medio Oriente. Si tratta perciò di un quadro ben definito a partire dal quale vanno posti sia gl'interrogativi su Al Qaeda - che si è da ieri apertamente schierata con l'ISIL ma sottobanco lo era da tempo - sia sull'assassinio di Bin Laden. Similmente può dirsi per l'affermarsi ed il dilagare dell'ISIL, che ha sì dalla sua la guerra civile in Siria e la debolezza dell'Iraq, ma anche un agire strategico militare ed economico - prim'ancora del fanatismo religioso - che è tutt'altro che improvvisato: ci sono sì rapine ed assassini a tappeto, sequestri di persona ed altro, ma, soprattutto, un attacco mirato ai centri energetici ed economici: pozzi di petrolio, raffinerie, banche. E' creato così un impero economico miliardario a confronto del quale le disponibilità di Al Qaeda fanno quasi sorridere. Denaro che serve per i reclutamenti di massa. Se tuttavia è vero che "pecunia non olet" è vero altresì che questi ultimi hanno la loro ragione nella reazione alla globalizzazione, che in Medio Oriente si chiama intengralismo islamico e si concreta in una visione totalitaria per la quale religione, cultura e Stato, così come politica ed economia, sono un tutt'uno e lo sono necessariamente. D'altronde è stato così anche da noi dall'editto di Costantino a tutto il medioevo. E' la forma mentis ad esempio di Al baghdadi (me se ne potrebbero citare tantissimi altri, troppi), ed è da qui che scaturisce l'identificazione tipica dell'Occidente e della sua cultura con un cristianesimo che invece è solo una delle sue connotazioni (per di più non più maggioritaria). E' da qui che si afferma: "Non c'è sforzo migliore in questo mese benedetto, o in qualsiasi altro, che il jihad sul percorso di Allah, quindi abbracciate questo cambiamento e promuovete la religione di Allah attraverso il jihad"; o anche:"L'America la pagherà cara, ancora di più rispetto a quello che è stato fatto da Osama Bin Laden". E' così che origina la farneticante concezione di colpire Roma e con essa il cristianesimo e perciò l'Occidente, in una triplice aberrante identificazione. Tuttavia, sebbene la minaccia bellica e terroristica sia tutt'altro che da sottovalutare, ed il 9.11 ne è una dimostrazione concreta, la vera minaccia viene da altrove, come ha ben evidenziato Loretta Napoleoni (consulente per la BBC e la CNN) già nel 2008 quando si parlava di Al Qaeda, ma ancora non dell'ISIL. Un altrove che non è il ricatto energetico implicito nel possesso dei pozzi petroliferi, bensì nella concrezione economica prorpio di quella istituzione religioso politica islamica che l'ISIL si prefigge di reistituire: il Califfato. Esso infatti comprende nell'immaginario collettivo islamico il Dinaro d'oro, moneta islamica per ben 13 secoli, esso - scrive la Napoleoni - "esercita su moltissimi musulmani un fascino storico culturale e teologico". C'è un precedente storico assai recente in proposito, quello della Malesia nel 2001, fallito per l'opposizione USA. La reistituzione del Dinaro d'oro sarebbe l'atto più destabilizzante possibile nei confronti dell'Occidente, come già notava Jude Wanniski consigliere economico di Ronald Reagan: "Con il Dinaro d'oro il mondo islamico avrebbe la migliore valuta del mondo. Gli Usa sarebbero nuovamente costretti ad agganciare il Dollaro all'oro e l'Euro ed il blocco Yuan/Yen altrettanto. Il motivo è che la valuta migliore diventa una calamita per la finanza internazionale, perché esportatori ed importatori di ogni Paese possono risparmiare le centinaia di miliardi di dollari all'anno che ora spendono per proteggersi dalle oscillazioni valutarie del commercio globale." E' qui la vera destabilizzazione dell'Occidente, d'altronde obbiettivo dichiarato all'epoca da Al Qaeda ed oggi dall'ISIL.
francesco latteri scholten