lunedì 27 gennaio 2014

Marlboro M: la prima sigaretta alla Marihuana ufficialmente in vendita negli USA.



Dopo l'Uruguay di Mujica, piccolo Stato latino americano di circa 3,5 Mln di abitanti, anche due importanti Stati degli USA, il Colorado e lo Stato di Washington, hanno legalizzato la Cannabis Sativa, conosciuta anche con i nomi di Bhang, Haschich, e, in Messico e Sud America con quello di Marihuana. Il gigante multinazionale Philip Morris - non solo tabacchi ma anche agroalimentare e finanziario - è il primo a scendere in campo e lo fa, ovviamente, da gigante con il suo marchio di prestigio: Marlboro. Il celebre produttore di sigarette e tabacchi, nonché sponsor di Formula 1, è il primo a proporre sul mercato una sigaretta confezionata con tabacco e cannabis, insomma: il primo produttore di spinelli di marca, il che consentirà al consumatore di avere un prodotto di provenienza certa e controllata e sottrarsi così ai dubbi maneggiamenti dei vari spacciatoruncoli. Per la Philipp Morris si tratta di un'operazione di mercato volta anche a riconquistarne fette prese ormai dalle nuove sigarette elettroniche. Il nome scelto per la nuova sigaretta è Marlboro M, con rifacimento al nome latino americano della Cannabis. Oltre agl'altri produttori di tabacco, sono pronti ed entrare sul mercato, ovviamente in altre sue ramificazioni, grazie alle nuove normative, soprattutto le case farmaceutiche ed il mercato è tale da far gola a chiunque: diversi miliardi di dollari. C'è da sperare che la fine di quello che molti hanno definito un nuovo proibizionismo, abbia gli stessi esiti positivi della fine del "Proibizionismo" negli anni '20 del Novecento, quello degli alcolici, che portò ad una drastica riduzione del consumo medio pro capite di alcolici negli USA e soprattutto garantì ai consumatori un prodotto di provenienza certa e controllata, liberandolo dai garbugli e dagl'intrugli alambiccheschi dei produttori clandestini.
francesco latteri scholten.

sabato 25 gennaio 2014

Papa Francesco: unità dei cristiani dono dello Spirito, della preghiera e dell'impegno comuni.



Conclusa con i Vespri di oggi, celebrati come consueto alla Basilica di S. Paolo fuori le mura, la settimana per l'unità dei cristiani, cui apice è il giorno della commemorazione della conversione di S.Paolo. "Saulo, Saulo perché mi persguiti..." è l'interrogativo radicale e profondo con cui ns Signore si rivolse a Saulo nel deserto, da sempre luogo simbolico dell'incontro con Dio. Deserto anzitutto del nostro spirito, dove, al cospetto del Nulla, Dio interroga con un semplice "Perché?". Ma è il "Perché?" di Dio e dunque scuote le fondamenta dell'io perché pone, al tempo stesso, all'uomo, l'interrogativo su di sé e sulla propria vita, sul senso, sul significato. Non quelli occasionali, ma sul senso e sul significato ultimi. La domanda perciò implicante l'ermeneusi più profonda. Saulo cade cieco, di una cecità prim'ancora che fisica, spirituale, ovvero la privazione di ogni riferimento precedente, di tutti i riferimenti della propria vita, perciò barcollante, condotto da altri. "Il" Riferimento nuovo costruisce ipso facto l'uomo nuovo: Paolo. Un Nuovo dove vecchio e nuovo sono sussunti in una nuova realtà proiettata in una dimensione nuova: la conversione è così unità ed unificazione. Essa è però anzitutto Dono, Dono dello Spirito, di Dio, che solo può dare l'unità nella diversità, sia a livello del singolo che della società, e fare della diversità una ricchezza. Già Papa Ratzinger osservava come, viceversa, il Nemico agisca in senso contrario diffondendo ciò che gli è proprio: la divisione senza unità, ovvero il proprio spirito, quello di divisione. Esso, notava ancora Benedetto XVI, è frutto del peccato - anzitutto della superbia - ed a sua volta genera altro peccato in un ciclo vizioso. E' quanto ribadisce Papa Francesco: "L'unità dei cristiani è un dono dello Spirito, della preghiera di tutti e dell'impegno comune di tutti. (...) Perché alla fine, l'unità dei cristiani non avviene mica così, quasi per un miracolo di "magia" (...) L' Unità è un dono dello Spirito e c'è se tutti ci impegnamo a pregare insieme, a fare un cammino insieme, se lavoriamo insieme (...) Se capiamo che la diversità è una ricchezza..." Ma il cammino è, e resta, un cammino arduo e difficile, come del resto la stessa vita di S. Paolo dimostra: in seno alle stesse prime comunità cristiane i dissidi furono a volte anche assai aspri, specie per quanto concerne il problema della circoncisione, oggi con linguaggio moderno sarebbe opportuno dire circa il l'univocità del modello socio culturale, un problema tutt'altro che definitivamente appartenente al passato. Si può anzi dire che ciò che ha connotato le prime comunità cristiane è stata proprio la capacità di conservare l'unità nelle diversità, a differenza di quelle successive in cui purtroppo la divisione è stata l'esito. Quel che è peggio, è che, nella storia, specie dopo l'editto di Costantino (oggi riconosciuto come un falso), è prevalso lo spirito di antagonismo, cioé di divisione. E, bisogna essere onesti, non solo da parte dei cattolici. E' solo in tempi vicini, in particolare a partire dal pontificato di Papa Giovanni XXIII, che è stato sentito con forza lo scandalo della divisione e che ci si è impegnati con forza in un senso ecumenico. L'impegno forte è venuto da parte anzitutto, oltre che da parte dello stesso Ppa Giovanni, da parte di tutti i Pontefici successivi - Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI - ma anche da Ordini (vanno ricordati in particolare i Francescani ed i Gesuiti), e Comunità (segnatamente quella di Bose e di S. Egidio). E' accaduto così che abbiano anche assunto significato simbolico due luoghi: Assisi e la Basilica di S. Paolo fuori le mura, dove oggi di nuovo, dopo una sosta in prghiera alla tomba dell' Apostolo delle Genti, il Papa ha celebrato i solenni Vespri per la chiusura della settimana dell'unità dei cristiani.
francesco latteri scholten.

giovedì 23 gennaio 2014

Scaroni: ridurre a 1/3 i costi energia in Europa, ENI in pole position.



Capacità tecnica, di sintesi e di andare al nocciolo delle cose, sorriso accattivante e determinazione: i tratti che lo contraddistinguono e ne fanno il più autorevole manager pubblico. Il Presidente dell'ENI, a conferma, di nuovo, che avevano ragione Enrico Mattei, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti a puntare sulla cosa pubblica e che il pubblico può ben funzionare ed essere di punta, non in Italia, bensì il "pubblico" italiano nel mondo. ENI, la quinta multinazionale del pianeta ne è la prova. Il futuro dell'ENI inizia, oggi come già ieri, dal presente. Il presente è una sfida, la stessa di ieri, quando si trattava di ricostruire il Paese dopo la guerra. Il piccolo fatto storico, al tempo stesso aneddoto, è ormai rimasto famoso: Mattei e De Gasperi fecero in modo da incontrarsi nella toilette di una stazione di servizio dell' Agip, e, mentre De Gasperi stava sciacquandosi le mani, Mattei gli chiuse il rubinetto. "Ma che cosa fa?" chiese il Presidente DC. E Mattei: "Le chiarisco il nostro - suo e mio - problema: se il rubinetto è chiuso, lei le mani non se le sciacqua. Se il rubinetto energetico non è aperto la ricostruzione non si fa". Paradossalmente, oggi, quasi settant'anni dopo, e dopo una crisi ancor peggiore di quella del 1929 che portò poi alla guerra, la realtà è la stessa. Lo chiarisce bene Danilo Scaroni nello sopiegare l'uscita americana dalla crisi, come anche la posizione dei Paesi asiatici, e, soprattutto, la grave tara europea e specialmente italiana: il fattore energetico. Gl'asiatici e - soprattutto - gl'americani sono riusciti ad uscire grazie alla riduzione dei costi energetici a valori che sono 1/3 di quelli europei e ciò a sua volta è stato possibile con il ricorso a gas e petrolio cosìddetti "non convenzionali". Si tratta di gas e petrolio contenuti in rocce bituminose a circa duemila metri di profondità e che è possibile liberare grazie all'immissione di particolari preparati chimici ad alta pressione: si rendono così accessibili risorse assai vaste ed a basso costo. In Europa i primi tentativi si sono fatti di recente in Polonia, ma è solo l'Inghilterra di Camerun che sta puntando con decisione a questa realtà specie per il Nord ed è prevista con ciò la creazione di circa 70.000 nuovi posti di lavoro più l'indotto. Il governo britannico sta aprendo le porte anche alle compagnie ed agl'investori stranieri e Scaroni sta facendo la sua parte per assicurare all'ENI una fetta della torta. L'impegno del nostro, ovviamente non si ferma qui: partendo dalle evidenti potenzialità del progetto inglese, Scaroni si sta attivando per un passaggio europeo, anche italiano, al nuovo tipo di estrazione. Insomma si porta in sede europea l'incipit di Mattei a De Gasperi: "senza la riduzione dei costi energetici ad un terzo di quelli attuali, l'Europa impossibilmente potrà competere a livello industriale con gl'altri Paesi (...) per quanto poi concerne l'ENI le tecnologie non solo già ci sono, ma siamo stati tra i primi a svilupparle ed utilizzarle..." Dunque pole position. Ma di pole position in questo momento l'ENI ne ha almeno altre due da giocare: le relazioni privilegiate con l'IRAN, già dai tempi di Mattei che ne intuì le potenzialità, e sempre mantenute aperte anche nei tempi più difficili ed oggi assai promettenti con le nuove aperture del governo iraniano; i nuovi e ricchissimi giacimenti scoperti vicino al Qatar... Anche oggi è lo stesso di ieri con Mattei: se Scaroni vince, vinciamo tutti. 

francesco latteri scholten.

lunedì 20 gennaio 2014

Legge elettorale e riforme istituzionali: necessità, caos e derive antidemocratiche.



Sembra che l' "hodie" voglia innalzare all'eternità il vecchio ma già collaudato sistema del bipolarismo DC / PCI della "Prima Repubblica". Vuole farlo, ovviamente, in modo da garantire ancora di più le lobby che da sempre hanno costituito l'ossatura occulta del nostro sistema. Il vecchio bipolarismo - uscito dalla volontà dei cittadini, dalle urne, e non imposto per istituzione - con il proporzionale ed i collegi non uninominali garantiva un minimo di elasticità e di presenza dei più disparati orientamenti politici in Parlamento. Oggi l'improcrastinabilità delle riforme - da quella della legge elettorale data dalla sanzione di incostituzionalità della Corte Costituzionale per il porcellum, a quella del monocameralismo, a quella del divieto di ricorso sistematico alla decretazione anzicché al normale iter, a quella della limitazione degli emendamenti alle leggi proposte - sembra essere nient'altro che l'occasione per la limitazione forzata della volontà popolare e l'istituzionalizzazione delle lobby imperanti. Non è possibile leggere altrimenti la volontà di istituire un "porcellinum" per la sostituzione del "porcellum" e per di più con la tara antidemocratica dell'uninominalismo, peraltro anch'essa condannata dalla Corte Costituzionale nella stessa sentenza. Stesso dicasi per il monocameralismo: in vero si vuole solo togliere semplicemente al Senato la facoltà di votare la "fiducia", farvi confluire la Conferenza Stato Regioni e, soprattutto togliere l'elezione diretta dei senatori da parte dei cittadini creando di fatto una Camera di "nominati" esclusivamente dai partiti rendendone praticamente totale il potere ancor più di quanto già facesse l'uninominalismo recentemente condannato. Lo sbarramento all' 8%, mai visto in Paesi democratici dove è usuale un valore dal 3% al 5% e perdippiù abbinato non come usuale ad un proporzionale multipreferenziale, bensì ad un maggioritario uninominale, cosa anch'essa mai vista, completerebbe il quadro. Per la perfetta sostituzione con lo Statuto Albertino mancano ancora due sole cose: 1) l'abrogazione del voto alle donne (pare che il numero sempre crescente dei femminicidi lasci intravvedere anche questa possibbilità); 2) la nomina di Emanuele Filiberto o anche PierSilvio Berlusconi, a Re d'Italia. Ovviamente il nome sarà Statuto EmanuelFilibertino o PierSilvino...
francesco latteri scholten.

venerdì 17 gennaio 2014

Psicologia, psicanalisi e magia: anacronismo o attiguità?



Viviamo ormai in un'epoca in cui da tempo il positivismo scientifico domina incontrastato la scena culturale ufficiale. L'unica verità accreditata come tale è quella material positivista e quanto in essa non rientra è squalificato e ridotto a creduloneria sciocca, puerile ed insulsa. Due sketch pubblicitari di una compagnia assicurativa nei quali si vede, in una, uno stregone indiano guidare una danza intorno ad un'automobile al canto di "abbassati polizza", nell'altra, una maga con tanto di sfera di cristallo, durante una seduta spiritica, invocare la stessa cosa, sono illuminanti. "Credulonerie" assurde e grottesche quanto del tutto vane. Perlomeno secondo l'intento dell'autore. Invero ciò che questi sketch denotano è la palese incapacità dell'uomo contemporaneo a confrontarsi con realtà culturali diverse dalla propria, ma anche con quelle appartenenti alla sua stessa storia culturale, basti ricordare le antiche Pizie, gl'oracoli (ad es. quello di Delfi), gl'indovini e gl'auguri, i santoni, le streghe e gli stregoni del medio evo. Di contro è proprio una delle scienze proprie dell'epoca contemporanea, la psicanalisi, a dare invece un significato profondo e scientificamente dimostrato a queste realtà. Dunque nulla di anacronistico. Il santone, la pizia, il mago, lo stregone hanno una pratica che, sebbene sia connotata da un aspetto fenomenologico del tutto diverso e da proceduralità altrettanto diverse, hanno una connotazione ed un'azione specifica - quando correttamente praticate - del tutto sovrapponibili a quelle della psicologia analitica e terapeutica. Uno dei tanti casi di cui lo stesso Freud parla nei suoi scritti è chiarificatorio: egli sconsigliò vivamente ad un suo paziente alpinista e rocciatore di successo, di praticare per almeno due mesi l'alpinismo perché aveva individuato l'accentuato incrementarsi di una delle sue componenti pulsionali e che questo l'avrebbe spinto ad osare eccessi la cui attuazione gli sarebbe stata fatale. Il consiglio non fu seguito e il paziente si schiantò miseramente. Ebbene, oracoli, indovini, santoni, maghe e maghi avrebbero estrapolato la stessa realtà e consigliato o previsto / profetato la stessa cosa. Lo psicanalista parte da un resoconto di ordinaria quotidianità, da una lettura, o, più spesso, da un sogno, e da lì poi alle associazioni di idee e da queste all'estrapolazione delle correnti pulsionali della persona. Dall'applicazione di queste alla dinamica caratteriale della persona "in situazione", ovvero nei propri ambienti è evinta la previsione. Sebbene in modi assai più coloriti, spesso in ambienti particolari la cui funzione è già proprio quella di esaltare le diverse pulsionalità inerenti alla persona, la maga fa esattamente questo. La mano, i tarocchi, gl'astri, sono solo uno strumento formale esteriore atto, insieme alla grande sensibilità della stessa maga, ad evincere le pulsionalità per poterne attingere le preveggenze. Del resto, gl'antichi scritti sono ricchi delle simbologie che ritroviamo nei testi freudiani e - più ancora - in quelli di Jung. C'è una parziale differenza: per la moderna psicanalisi il fine è l'indirizzamento corretto delle pulsionalità, ovvero il loro dominio e perciò il potere, per gl'antichi invece la preveggenza (ma alla fine questa deriva anch'essa da quello) spesso enunciata anch'essa in forma di immagini simboliche, ed inoltre, le pulsioni, anche della stessa pizia, erano evinte da stati ipnotici spesso indotti da sostanze allucinogene. Anche qui però giova ricordare che maestro di Freud è stato il grande Charcot che appunto anche di ipnosi si occupava, come, agl'inizi, se ne occupava lo stesso Freud. Attiguità grandissima dunque tra realtà che sebbene esteriormente assai diverse, possono esserci - se onestamente praticate - di grandissima utilità nella conoscenza di noi stessi e delle realtà in cui siamo chiamati ad operare e che se usati aborrendo finalità alla "The Lord of the Ring" contribuiscono alla costruzione di una società migliore.

francesco latteri scholten. 

lunedì 13 gennaio 2014

Le scarpe a (e di) Ratzinger, Papa Angelo Scola e le lacrime della Curia (e della CEI).



Tra le tante questioni e vicende, in Vaticano, sia sa, c'è anche quella delle scarpe del Papa. Quelle di Papa Ratzinger, in sintonia con il personaggio, gentiluomo d'altri tempi, erano le classiche scarpette rosse in usum Santitate. Così pure era il suo modus operandi: se qualcosa non andava, ad es. la pedofilia, con tempo, discrezione e garbo dava la possibilità di farsi da parte magari anche con delle dimissioni dovute a motivi assai decorosi... Tuttavia, specie agl'occhi della Curia, nel personaggio - pur ben noto ed a cui si era alquanto assuefatti - c'era qualcosa che non quadrava del tutto, che era, come dire, troppo "tetesco ti Cermannia". Questo "qualcosa" divenne del tutto evidente quando dalla pedofilia (ma anche lì si sarebbe magari potuto essere meno intransigenti...) l'attenzione di Benedetto XVI si spostò sullo IOR. Che quello che non bisognasse toccare i cordoni della borsa fosse il primo e più sacro di tutti i comandamenti era sottinteso da millenni, così come il fatto che la contabilità fosse eseguita rigorosamente nei termini che Giuseppe Tomasi di Lampedusa descrive ne "Il Gattopardo": "... era il ragioniere di casa Salina, il quale con rigorosa scrupolisità (e con un anno di ritardo) annotava nel libro mastro tutti i conti di casa tranne quelli veramente importanti." Un atto dunque che, sebbene fatto da qualcuno con le scarpette rosse e nei termini di cui sopra, era del tutto inaccettabile. E così l'uomo dalle scarpette rosse fu costretto a riconoscere la sua (o costruita da altri?) "inadeguatezza" al proprio compito. La Chiesa tutta, Curia in testa, paludì al "gesto di grandissima umiltà". Che non si trattasse solo di questo era un quid al cui sostegno v'era più di un indizio e qualche prova certa. Una di queste - ovviamente subito nascosta dalle autorità vaticane - è il biglietto augurale, evidentemente preparato già prima, del Presidente della CEI, allora Card. Angelo Bagnasco, al nuovo Papa per la sua elezione al soglio pontificio. Qualche segretario troppo solerte aveva subito inviato il biglietto alla notizia della fumata bianca, senza attendere neppure che fosse noto il nome del nuovo Pontefice e così Papa josé Bergoglio si vide recapitate le felicitazioni per la nomina a Papa "all'eminentissimo Card.Angelo Scola...". Evidentemente nel fare le scarpe a Ratzinger, qualcosa è andato storto. Che al nuovo Papa - anch'egli come già Ratzinger uomo di Gesù, ma a differenza di questi anche di Ignazio e di Francesco - delle scarpette rosse non potesse importargli nulla lo si era capito subito, appena si era affacciato alla folla in piazza. Qualche fotografo più attento ha potuto successivamente anche documentare che adesso le calzature non sono più le scarpette rosse ma delle robuste scarpe da montanaro. La Curia prima, con Bertone (ma anche con altri) e la CEI adesso con Bagnasco (e altri) hanno potuto ben constatare in prima persona come anche il piglio del personaggio sia ben diverso, in sintonia con le calzature, il cui stampo possono rimirare ben impresso - come ben meritano - nel loro fondoschiena. Dispiace che le suole non siano chiodate...
francesco latteri scholten.

mercoledì 8 gennaio 2014

Bellezza tra mito, storia e realtà.



Gli Déi erano a banchetto sull'Olimpo, quando, sul più bello, sulla loro tavola scivolò un pomo (che sarà ricordato come quello della discordia) sulla tavola con la scritta "alla più bella". Le contendenti, notoriamente, erano tre: Afrodite, per i romani Venere, di cui ricorrevano anche i festeggiamenti con l'onorifico titolo di "Meretrix", nata dalla spuma del mare e la cui bellezza si riferiva direttamente ed esplicitamente alla lussuria; Athena, per i romani Minerva, partorita dal cervello di Zeus (Giove), incarnazione razionale della bellezza; ed infine Giunone, bellezza muliebre. Tre bellezze diverse, o meglio tre diverse angolazioni o parametri con cui guardare alla bellezza. E così è rimasto nel corso dei secoli e dei millenni sino ai nostri giorni. I diversi parametri hanno poi eretto diversi ideali di donna, la cui connotazione si aveva la pretesa di imporre alle donne in carne ed ossa. Le più rispondenti ai parametri di volta in volta posti erano poi più celebrate al punto di connotare l'imago femminea del proprio tempo: abbiamo avuto così la Venere di Milo, l'Athena di Fidia, sino alle più recenti e di cui si è perciò potuto conoscere il modello originario in carne e ossa: Marilyn Monroe, Lauren Bacall, Ilona Staller, Moana Pozzi e tante altre. Alle dispute olimpiche fanno da contr'altare su questa terra realtà umane anche psicologiche similmente miserande le quali sono poi quelle che portano all'attuazione concreta delle delibere di guerra degli olimpi: chi conosce - in senso biblico, si capisce - la femmina più femmina è, eo ipso, il maschio più maschio e così Paride rapirà Elena dando inizio alla guerra di Ilio ed al complesso psicologico che dalla bella troiana prenderà - con Freud - il nome. Ma, al di là delle tre tipologie viste, esiste un criterio antropologicamente naturale per la bellezza? La risposta è positiva e la sua dimostrazione scientifica è da Freud, anche se la cosa era nota già pure agli antichi, specie ad Aristotele: la Bellezza è Vita nel suo senso più pieno. Dunque la pienezza della maturità e della vigorìa psico fisica ed intellettuale. E' in antitesi ad essa che si pone la bruttezza, sinonimo di morbosità e perciò di limite e negazione della Vita, ovvero morte. Attrazione psichica per la Vita, ripugnanza per la malattia e la morte. I fisici filiformi di tante modelle e modelline assai cari a molti stilisti (cosa che la dice lunga sulla loro realtà psicosessuale), appartengono alla morbosità e non alla realtà antropologica di bellezza e non sono naturalmente attraenti per una persona psicosessualmente normale, come pure non lo sono i fisici alla Botero. La Venere di Milo, l'Athena di Fidia, la Monroe, la Bacall, la Staller, la Pozzi ci rientrano però tutte e così torniamo alla disputa antica. E poi, perché Venere Meretrix non deve poter avere un Q.I. da genio ed una cultura altrettale? Gl'esempi reali non mancano e la cosa risolverebbe la quaestio.
francesco latteri scholten.

mercoledì 1 gennaio 2014

In oltre 10 mln (+10%) con Napolitano per le riforme per uscire dalle macerie del ventennio berlusconiano.



Di contro all'appello al boicottaggio del neofascismo sfascista dilagante (Grillo F.I. e Lega), si sono schierati in oltre 10 milioni - c'ero anch'io - per l'impegno civico serio e sereno per la ricostruzione dell'Italia dopo il ventennio berlusconiano che, dati alla mano, ha lasciato l'Italia nelle stesse disastrose condizioni che quello mussoliniano, per tantissimi versi analogo. I dati infatti sono uguali a quelli dell'immediato dopoguerra. Ma Napolitano, rompendo con l'usuale prassi dei discorsi di fine anno (compresi i suoi stessi), non li analizza e non ci si confronta. L'interesse del Presidente - quasi sulla scia di Papa Francesco - è direttamente per i suoi cittadini, i tantissimi che a lui si sono rivolti nella grave difficoltà dell'attuale crisi con spirito di sacrificio e ricostruzione. Problemi di tutti i giorni di gente comune ai quali quand'anche la politica non può dare una risposta diretta, è tuttavia imperativamente chiamata a dare ciò che può con il miglioramento di sé e delle istituzioni. A quelle per le quali l'impegno alla posta in essere era sorto già con le primarie il Presidente ha aggiunto anche una nuova normazione interna per Camera e Senato che impedisca l'eccessivo e del tutto anomalo in base alla Costituzione, ma ormai prassi usuale, ricorso alla decretazione d'urgenza, nonché, spesso in ambito ad essa, ai maxi contenitori, leggi in cui si butta di tutto in totale eterogeneità a prescindere da qualsiasi riferimento tematico ed oggettivo. Nello stesso ambito Napolitano ha richiamato anche alla necessaria regolamentazione degli emendamenti che spesso sono anche alcune migliaia e che finiscono per snaturare del tutto i disegni di legge iniziali. "La politica, così il Presidente, non può più né tergiversare né procrastinare l'urgenza di queste indispensabili riforme necessarie a renderla più efficace, agile, economica e vicina ai cittadini (...) Io, per conto mio darò tutto il mio impegno e le mie forze per spronare la politica in questo senso (...) operando per la stabilità e continuità politica del Paese e per la coesione sociale spesso messa a dura prova da diverse forze politiche (...) ma anche non mi lascerò intimorire, minacciare o ricattare in alcun modo da chicchèsia..." Ad una realtà sociopolitica ormai spessissimo fuori dalle righe Giorgio Napolitano risponde dunque per le rime e non è più discorso ma lotta per l'impegno civico e a vederlo ed ascoltarlo, constatarne soprattutto la determinazione, viene in mente subito un altro Presidente, anche lui proveniente dalla lotta contro il fascismo, anche lui, allora, il Presidente più grande che l'Italia abbia avuto: Sandro Pertini. E, la conclusione del discorso è in linea: "Ho accettato questo secondo mandato perché richiestomi da più forze politiche, con spirito di servizio e per portare avanti il Paese e le riforme, e se dovessi constatare l'impossibilità di questa finalità, mi vedrei costretto a rimettere il mio mandato..." Insomma l'evenienza dell'apertura del semestre bianco è lì sul tavolo, reale e concreta. Ed è un'evenienza che non conviene a nessuno perché ad esempio uno degli anfitrioni tra i destabilizzatori si troverebbe, prima del termine di quel semestre, ai domiciliari.

francesco latteri scholten.