venerdì 30 maggio 2014

Unione Economica Euroasiatica: nasce (contro l'Europa) la nuova Unione Sovietica.



Che chi fosse membro "da sempre" prima - brillantemente - della famigerata Lubianka, e poi di quell'altrettanto famigerato KGB che la sostituì ed in cui ebbe funzioni dirigenziali di via via maggior rilievo sino ad assumerne il comando, non potesse non avere dei sogni nostalgici è parso da sempre evidente ai più e specie agl'osservatori più acuti dell'agire politico (e non solo) di Vladimir Putin. Le vicende di Gazprom, ma anche quelle di Yanucovic, testimoniano di una direzione anche energetica ed economica ben precisa: la ricostruzione dell'impero. L'annessione della Crimea ha chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che si tratta di una ricostruzione in cui il fattore strategico e militare sono tutt'altro che assenti. Ora il primo passo è stato compiuto nello scenario fantaimperialista del palazzo dell'Indipendenza di Astana, capitale del Kazakhstan, dove l' Unione Economica Euroasiatica (UEE) è stata sancita ufficialmente dalla triplice stretta di mano di tre ex unionsovietisti doc che più doc non si può: oltre al già citato ex capo del KGB, Nursultan Nazarbaev, già capo del Kazakhstan ai tempi dell'URSS, Aleksandr Lukashenko, anch'egli già presidente bielorusso ai tempi dei Soviet e con il vanto di avere a suo tempo votato contro la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Avrebbe dovuto esserci anche l'Ucraina, ma la vittoria della "infedele" Timoshenko, e soprattutto l'annessione della Crimea ne hanno decretato l'uscita dal progetto. Non solo: anche in Eurasia i tempi non sono più quelli dei Soviet, anche se la realtà sociopolitica ed economica è assai lenta nel suo evolversi, come dimostrano anche solo i nominativi dei leader, e così l'annessione della Crimea ha posto non indifferenti problemi. Proprio per essa tanto Nazarbaev quanto Lukashenko hanno voluto precise e solide garanzie per quanto concerne la sovranità nazionale, il che spiega anche il relativo disimpegno russo in Ucraina. Esso era d'altronde necessario viste le reazioni europee ed americane, ma, soprattutto, le richieste - similari a quelle di Kazakhstan e Bielorussia - fatte anche da Armenia (che entrerà nell' UEE a giugno) e Kirghizistan (che entrerà a fine anno). L' UEE costituirà un mercato importante, 170 Mln di cittadini, e, soprattutto, un solidissimo serbatoio energetico con il 20% delle riserve mondiali di gas ed il 15% di quelle petrolifere. Putin è dunque soddisfatto - ed ha di che esserne - ed i tre della nuova troika sono sembrati a tratti addirittura commossi, anche se la grandiosità del progetto è stata sminuita dal forfait dato da Tagikistan, Uzbekistan ed Azerbajan entrati nella sfera d'influenza USA. Comunque sia adesso sulla scena mondiale c'è un nuovo soggetto messo insieme da tre ex capi Soviet, ed il nuovo nome dell'Unione Sovietica è Unione Economica Euroasiatica.
francesco latteri scholten.

domenica 25 maggio 2014

Vittoria: il PD di Renzi al 43,12%, + 3 Mln di voti.



Sconvolgenti i risultati delle europee, sia a livello europeo che a livello degli Stati nazionali: il PD al 42%, 3 Mln di voti in più, supera con 32 seggi quello tedesco (27) con una SPD cresciuta del 6% al 27%; in Grecia vola la lista Tsipras, in Francia invece la vittoria è dell'estrema destra FN di Marie Le Pen che diventa primo partito, mentre in Inghilterra la vittoria è degli euroscettici. Giacché per la prima volta il Parlamento europeo voterà il Presidente della Commissione, come si vede i giochi sono del tutto aperti. I risultati però sono tali da rimettere in discussione in diversi Paesi la stessa realtà politica nazionale, come in Grecia o in Francia (crollo di Hollande al 13,4%), dove da opposti fronti politici sono già richieste le elezioni nazionali anticipate. Nel ns Paese, viceversa, i risultati confermano e rafforzano decisamente il Presidente del Consiglio ed il suo Governo che da più parti si era cominciato a mettere in discussione durante la campagna elettorale soprattutto da parte di Grillo e di Berlusconi. L'esito segna (finalmente!) il tramonto di F.I. con un misero 15,6%, la marginalizzazione del NCD di Alfano, quella del centro con Scelta civica, ma anche un primo serio tracollo di Grillo che con il 20,2% perde ben 2 Mln di elettori. "O noi o loro" aveva esordito in campagna elettorale il comico genovese, "... noi vinciamo e li manderemo a casa, dopo la vittoria saremo sotto il Quirinale a chiedere le dimissioni di Napolitano, un nuovo Presidente ed elezioni anticipate... se perdo me ne vado, mi ritiro, me ne torno a casa...". Chissà se sarà di parola. Dunque un centro che non c'è più, una destra arrancante per carenza di leadership - Berlusconi, Dell'Utri e Scaiola (ma anche Fitto) gravati dalle proprie vicende giudiziarie - ed un PD che consegue risultati elettorali del tutto inusitati ragguagliabili solo a quelli della DC degl'anni '50. Matteo Renzi non aveva voluto associare il proprio nome a quello del simbolo del Partito, preferendo una lista di nomi, ma il risultato di fatto incorona lui sancendo una svolta nel partito stesso con l'archiviazione della vecchia fazione bersaniana. Il voto premia e conferma sia la politica delle riforme istituzionali che quelle del lavoro, le quali ricevono da esso un nuovo incentivo ed una conferma importante. Conferma importante, seppure indiretta anche per Giorgio Napolitano, che in adempimento del suo mandato si è doverosamente tenuto fuori dalla campagna elettorale. Il primo twitt di Renzi dopo il successo: ringrazio tutti 1x1...
francesco latteri scholten

sabato 24 maggio 2014

Papa Francesco in Terra Santa, missione dialogo interreligioso: Pace dono da costruire.



La prima visita di Papa Francesco in Terra Santa è invero qualcosa di molto di più. E' una missione ardua ed irta di ostacoli da sempre: il dialogo tra le tre grandi religioni monoteistiche. Le origini sono comuni: per tutti è Abramo il "padre della fede", il capostipite. Tuttavia già le connotazioni dello stesso profeta assumono sfumature alquanto diverse per le tre religioni: per la religione ebraica infatti egli è il capostipite, colui che ha stipulato con Dio una Alleanza eterna, l'incarnazione della fedele osservanza della legge, giustificato dalle sue opere testimonianza della sua fede e perciò l'ebreo ideale; per gl'islamici è invece, insieme a suo figlio Ismaele il fondatore della Ka'aba alla Mecca, santuario centrale dell'unico Dio e perciò capostipite degl'arabi, modello di sotttomissione incondizionata (Islam), primo musulmano ovvero colui che consegue la giustizia mediante la fede in Dio; per i cristiani infine è il padre spirituale di tutti i credenti, le cui promesse si sono compiute in Cristo, modello di fede incrollabile ed annunciatore di Cristo stesso. Le diversità proseguono con la seconda grande figura comune, quella di Mosé, Maestro della Legge per eccellenza per l'ebraismo, prototipo del profeta Maometto per l'Islam, prototipo di Cristo per i cristiani. Diversità che fanno sì che la terza Grande figura sia la più discussa, quella di Gesù Cristo: Messia per i cristiani, profeta per gl'islamici, eretico per l'ebraismo. Nella storia ultramillenaria delle tre religioni la questione del dialogo si è sempre posta perchè di fatto si è concretizzata terribilmente a più riprese una delle accezioni antiche dell' "Unico Dio" e precisamente quella di origine caldaica di "Dio degli eserciti", e con essa quella di "Guerra santa". E' accaduto così che la Terra Santa sia stata per millenni non luogo di Pace bensì di scontro armato e miltare tra le diverse religioni ed in ispecie tra i loro elementi oltranzisti. Prima testimonianza storica di contrasto bellicistico tra ebraismo e cristianesimo è l'assassinio di Stefano cui assistette l'ebreo Saulo che resse per l'occasione i mantelli ai carnefici e che poi diverrà l'Apostolo dei gentili. La risposta cristiana non fu assolutamente da meno e così in Europa gl'ebrei furono ghettizzati, emarginati dal lavoro, e costretti a portare ben visibile la stella gialla sin dal medioevo. Agl'attacchi del militarismo islamico si rispose con quello non meno feroce (ed egualmente economicamente interessato) delle crociate. Il culmine dell'acredine militarista si ebbe poi con la battaglia di Lepanto. Il "Dio della Pace" dunque è quello nel cui nome si sono storicamente versati i maggiori fiumi di sangue e la realtà odierna non presenta assolutamente connotazioni diverse, basti guardare alle cronache della Nigeria, a quelle dello stesso Medio Oriente etc. Una inversione di rotta è stata tentata più volte nel corso del Novecento dai Papi, e forse la prima pietra storica più visivamente simbolica è stata posta da Papa Benedetto con il significativo gesto di levarsi le calzature - come da prescrizione della legge islamica - in occasione della visita alla Moschea, gesto che commosse il mondo islamico: "anche il Papa è con noi" si disse allora. La scelta di Papa Francesco è quella di ricalcare lo storico viaggio di Paolo VI, probabilmente anche in vista della sua santificazione, ma le grandi effigi che sono state poste ad attenderlo sono invece quelle di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Viaggio dunque idealmente unificatorio anche nell'ambito del cristianesimo, c'è l'incontro con il patriarca ortodosso, e soprattutto nella stessa Chiesa. Ma, se da un lato, come il Pontefice ha voluto ricordare nel titolo stesso dell'omelia per la sua prima Messa in Terra Santa, "La Pace è un dono da costruire con i gesti", dall'altro essa è appunto un dono e perciò elargizione dello Spirito: "La missione dello Spirito Santo, infatti, è di generare armonia – Egli stesso è armonia – e di operare la pace nei differenti contesti e tra soggetti diversi. La diversità di persone e di pensiero non deve provocare rifiuto e ostacoli, perché la varietà è sempre arricchimento. Pertanto, oggi, invochiamo con cuore ardente lo Spirito Santo, chiedendogli di preparare la strada della pace e dell’unità..." Se questo presupposto fosse accettato dai vari integralisti, fondamentalisti, oltranzisti etc. di tutte le parti, a cominciare da quelli cristiani, la missione sarebbe compiuta. La realtà, prassi e cronache, ci dice che purtroppo, perintanto, si tratta solo di un bell'auspicio...
francesco latteri scholten.

martedì 20 maggio 2014

Heat, la sfida: Matteo Renzi vs Beppe Grillo.



Che le elezioni europee abbiano anche un significato politico, nessuno può contestarlo, sia sul piano strettamente europeo, dove per la prima volta il parlamento eletto avrà un peso più serio e vincolante per gli Stati membri, sia sul piano nazionale ove costituiscono la prima seria prova elettorale dai tempi dell'elezione di Berlusconi, ovvero dopo ben tre governi non direttamente eletti dai cittadini. La realtà politica è da allora cambiata ed ultimamente con sempre maggior decisione: dei tre maggiori soggetti politici infatti quello all'epoca più consistente è in calo deciso non solo per le vicende giudiziarie di Berlusconi - ora ai servizi sociali svolti con impegno e nobiltà -, ma soprattutto per quelle dell'ex cofondatore Dell'Utri e per quelle dell'ex Ministro Scaiola. La ventata delle improbabili recenti dichiarazioni del libro di Geithner, se per qualche giorno hanno spostato l'attenzione delle prime pagine dei media non sono tuttavia servite a cambiare l'attenzione politica volta ormai con decisione alla sfida Renzi / Grillo, ovvero PD / M5S. Sorpasso avvenuto dunque. "Più pericoloso della sinistra radicale" è stato definito Grillo da Berlusconi. Invero la "sinistra radicale" da Beppe Grillo è stata già decisamente sconfitta, con il passaggio di molti dei suoi sia intellettuali che politici che semplici sostenitori al M5S, soprattutto a causa dell'incoerenza di questa, si pensi ad es. ad uno dei suoi ultimi leader storici, Bertinotti, che poi aveva un calco dei propri piedi depositato presso uno dei più noti calzaturifici di lusso per le scarpe su misura, e che ancora oggi va in giro con tanto di scorta, auto blu, pensione "doc" e via privilegiando; tutti i politici pentastellati rinunciano al 50% del proprio stipendio politico a sostegno della piccola impresa e Grillo ha potuto mettere bene in mostra da Vespa una gigantografia dell'assegno degl'oltre 5 Mln raccolti. Similmente Beppe ed i suoi all'impegno - spesso soprattutto di piazza - della sinistra radicale per il lavoro ed i lavoratori, ha potuto anteporre anzitutto quello del precariato, ormai vera piaga sociale. La sinistra radicale - se mai nel ns Paese ce n'è stata davvero una - è morta da tempo. La sinistra invece è riuscita in qualche modo a sopravvivere a Berlinguer, suo ultimo vero leader, con una specie di "post terza via", tentata da questi a suo tempo ed uccisa insieme ad Aldo Moro. Letta e Renzi, ma, prim'ancora Napolitano, ne sono l'ultima espressione. Renzi ha puntato sulle riforme, anzitutto quelle del lavoro, inderogabili, ma in Europa le ultime vere riforme del lavoro sono state quelle di Schroeder che hanno rialzato la Germania e consentito poi alla Merkel la sua politica. Riforme trasposte anche - non in modo indolore, anzi - in Grecia e Portogallo e che cominciano ora a dare i primi non incontestati frutti. Comunque sia su questo terreno Renzi può portare in evidenza il successo non indifferente della Electrolux. L'altra grande riforma portata avanti dal nostro - forse più significativa - è quella delle istituzioni, in ispecie del Senato. Qui però tanto per motivi storici (per la Costituente avrebbe dovuto rappresentare le autonomie regionali, essere dunque una Camera delle Regioni, ma poi questa funzione fu data alla Confernza Stato Regioni...) che per motivi politici anche interni allo stesso PD ed alla sinistra. Sostegno prima poi opposizione aperta da F.I., battaglia da subito da parte dei pentastellati: l'esito probabile è il compromesso tra le due concezioni. Insomma, come si vede, mai come prima il tema delle Europee è soprattutto quello della politica interna, ma è proprio questo a dare ragione a Grillo che sostiene appunto che queste elezioni abbiano anzitutto un valore politico nazionale. La sfida - al calor rosso - è per domenica prossima, intanto gl'ultimi sondaggi danno F.I. sotto il 20%, Grillo oltre il 23% e Renzi (forte soprattutto nel Nord Est) al 33%.

francesco latteri scholten.

mercoledì 14 maggio 2014

Contro Geithner: è stata UE a difendere Italia da commissariamento voluto dagli USA.



Con tre anni di ritardo, durante i quali evidentemente ha sonoramente sbadigliato sulle vicende di cui ora - giusto per aggiungere una sceneggiata in più alla già colorita campagna elettorale per le europee in Italia, ma anche nel resto del vecchio continente - improvvisamente si rammenta Thimoty Geithner, ovvero di pressioni esercitate (secondo quanto da lui presunto) per far cadere l'allora governo Berlusconi. E' quanto basta per accendere in casa "forzista" teatrini improvvisati da più parti: chi porta una prova schiacciante e definitiva, un sorrisetto di allora tra Merkel e Sarkozy; chi vuole vedere addirittura coinvolto Giorgio Napolitano... Secca ed indignata la smentita del Quirinale che osserva che il Presidente della Repubblica non prese parte ad alcuna delle riunioni in questione e che lo stesso Berlusconi all'epoca non ne fece parola. Le stesse motivazioni delle dimissioni facevano riferimento a motivazioni di carattere politico e soprattutto economico. Le più sonore smentite alle rivelazioni ad orologeria di Geithner arrivano dai più alti ed autorevoli rappresentanti dell' Unione, Barroso in testa, come esplicita un comunicato scandalizzato della stessa UE: "Geithner si è riferito a qualcuno altro, certamente non alle istituzioni Ue, non a Barroso, Van Rompuy o Rehn che hanno invece difeso l'indipendenza dell'Italia e non volevano che andasse sotto amministrazione controllata, come invece chiedevano gli Usa". Una conferma indiretta ma solida alle smentite contro Geithner arrivano dall'andamento dello spread dell'epoca: da 173 punti a gennaio, ai 214 di giugno, ai 389 di agosto ai 550 di novembre. E' la situazione economica che porta il governo Berlusconi di allora a non avere più la maggioranza in Parlamento e quindi alla rassegnazione delle dimissioni l' 8 novembre. La smentita più decisiva arriva però oggi a tre anni di distanza - come le improvvide dichiarazioni di Geithner - dalla realtà stessa del Paese Italia: con i governi Monti, Letta ed infine Renzi lo spread oggi è a 164 punti. L'Italia ha voltato pagina e rispetto a certe realtà e forze politiche si può solo sperare che ciò sia definitivo. 

francesco latteri scholten.

domenica 11 maggio 2014

Maggio: in memoria del '68. Lo schifo che c'era prima: casi Montessori e S. Pio.



C'è una scena assai significativa agli inizi di un recente film sulla figura grandissima di Maria Montessori. Essa si rifà in modo sintetico ad una delle tante piccole (ma significativissime) vicende storiche della vita della pedagoga. La giovane Maria è ormai già studentessa universitaria di medicina, tra mille e una discriminazioni puriste perché è donna e "perciò" "inferiore". Tra le sue mansioni anche quella triste di occuparsi della visione dei cadaveri, del loro studio e della loro dissezione a fini anatomo patologici. Le tocca così di doversi occupare della salma di una giovane e bella donna deceduta per lue. Le tracce fisiche del male sono indisconoscibili sul corpo. A quei tempi già esisteva la "Wassermann", la giovane avrebbe dunque potuto essere curata e salvata. Ma non lo fu. Perché? Perché, siccome non era né una stupida, né un'ignorante, se il medico le avesse prescritto il farmaco, ella avrebbe capito. Capito cosa? Che il marito, ufficialmente tanto per bene, era un assiduo frequentatore di bordelli. "Cioè si è deciso di sacrificare la sua vita in tutela delle apparenze sociali del marito", è il commento testuale di Maria Montessori alla vicenda. Ecco il purismo vittoriano nella sua realtà concreta: quello che c'era prima. Ancora, restando alla Montessori, Maria, per quel purismo è una "puttana" e la sua famiglia è una famiglia di libertini. Non perché Maria eserciti la "professione", neppure perché sia una "facile", ma, semplicemente, perché ha la pretesa scandalosa di essere lei a scegliere, a decidere chi, eventualmente possa essere l' uomo della sua vita. Nel foggiano invece, c'è uno sconosciutissimo semplice ed umile fraticello, che ha preso il nome di Pio, il quale esercita in tutta semplicità appunto il proprio lavoro di frate. Celebra i sacramenti, istruisce nella vita spirituale. C'è qualcosa di male? Certo. C'è che gl'ambienti rurali sono piccoli e che la gente vede e parla. E, dice appunto ciò che vede: che il fraticello fa questo e nient'altro. A differenza di diversi prelatie  e preti che sono invece assidui frequentatori di bordelli e prostitute. Siccome la gente sa anche questo e parla anche di questo, coerentemente si rivolge di preferenza al fraticello ed ai suoi confratelli, i quali acquisiscono così, involontariamente, una maggior reputazione ed autorità del tutto non gradite. Ecco allora imbastite storie di donne - ovviamente da chi invece le conosceva assai bene, in senso biblico - le persecuzioni, ovviamente in nome del purismo morale che, com'é logico, i prelati di lì difendono a spada tratta. In nome del purismo anche i processi sommari, a porte chiuse si capisce, senza alcuna possibbilità reale di difesa, anzi con la dovizia della colpevolezza al fine di restaurare la carpita "maestà" dei prelati. La verità, per fortuna, seppure dopo molte vicissitudini e molti anni, nel caso di S. Pio ha vinto. Nel caso della giovane donna il cui cadavere fu disaminato da Maria Montessori invece no. Andarono invece avanti le idee, e il nuovo metodo formativo. Si diffusero in tutto il mondo. In molti e da più parti avevano già iniziato ad occuparsi non solo semplicemente della realtà umana, ma anche della realtà sociale dell'uomo occidentale, nella sua concretezza. E, anche della sua morale. In molti avevano cominciato a denunciarne la ferocia bestiale, specie proprio della morale purista, che faceva appunto foggia di esserlo. Lo aveva fatto Karl Marx, lo aveva fatto più pesantemente, proprio per quanto concerne le realtà psico sociali e culturali Friedrich Nietzsche. Freud, con i suoi studi proprio in quegli anni, dava un supporto tecnico alla concezione nietzschiana. In Francia, cominciavano a dare il loro contributo diversi giovani intellettuali, tra gl'altri: Raymond Aron, Nizan, Jean Paul Sartre e la sua compagna Simone de Beavoir. Ancora in Germania invece, Edith Stein, al secolo Santa Teresa Benedetta della Croce, porterà avanti concezioni per diversi aspetti assai simili a quelli di Maria Montessori. Ma il purismo, cui sul piano socio politico corrisponde il nazifascismo, aveva già cominciato ad avvolgere l'Europa ed il mondo nelle tenebre che culmineranno nella notte del secondo conflitto mondiale. Al termine della notte, i sopravissuti - Edith Stein morirà ad Auschwitz, Sartre riuscirà con un escamotage a fuggire dallo Stalag XII - riprenderanno la loro opera. Si aggregheranno nuove leve, tra essi ad es. il grande Michel Foucault. Il loro motto è quello sartriano, quello che ispira la loro filosofia: "Libertà è Responsabilità". E' questo il motto autentico che ispirerà il Sessantotto. La morale è una morale impossibilmente astratta perché ad essa corrisponderebbe una coscienza senza oggetto. Ma la coscienza è sempre - come già insegnava Husserl - coscienza di qualcosa, dunque non c'è la possibilità ontologica di una coscienza senza oggetto. La coscienza e il mondo sorgono insieme e la coscienza è sempre in situazione. Perciò, ogni situazione costruisce una coscienza e, nello stesso tempo, dà luogo a una morale. La morale nasce dalla prassi sociale individuale, essa è fatticità. Il suo valore supremo è la generosità, che è, a livello storico, accettazione della deviazione del progetto individuale, a livello interpersonale è invece salvataggio ontologico della fatticità dell'altro: Amare è accettare le realtà meno significative dell'altro, la sua finitudine contingente ed al tempo stesso la propria. "La morale è perciò conversione permanente, nel senso di Trockij, rivoluzione permanente" (Sartre, Cahiers pour une morale). Ma non c'è vera conversione di sé se non c'è conversione storica, conversione del mondo. E' questa la conversione autentica, è essa che "scopre che il solo progetto valevole è quello di fare (e non di essere) e che il progetto di fare non può essere universale senza cadere nell'astratto. Dunque il progetto valido è quello di agire su una situazione concreta e di modificarla" (ivi). "La verità non è vera se non è vissuta e fatta" (Sartre, Verité et existence). Sono qui i principi del Sessantotto, il nocciolo della sua morale. Sono i criteri che Raymond Aron, Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Michel Foucault e molti altri porteranno in piazza di persona, a fianco degli operai della Renault, dei loro studenti della Sorbonne e del Collége de France e di tanti altri, soprattutto gente comune. La filosofia dell'Aurora e la sua Morale, contro il purismo, la sua società, la sua cultura e il suo moralismo: il moralismo della Notte. La Notte più buia e fonda dell'umanità. Contro la Notte e il buio, le tenebre e l'oscurità: Viva l'Aurora, Viva il Sessantotto.
francesco latteri scholten.

venerdì 9 maggio 2014

The State of Union; Renzi: l'Europa è un destino...



"Sulla spiaggia di Sidone un toro tentava di imitare un gorgheggio amoroso. Era Zeus. Fu scosso da un brivido, come quando i tafani lo pungevano. Ma questa volta un brivido dolce. Eros gli stava mettendo sulla groppa la fanciulla Europa. Poi la bestia bianca si gettò in acqua e il suo corpo imponente ne emergeva abbastanza perché la fanciulla non si bagnasse..." Così Roberto Calasso sulle origini mitiche di Europa, rapita all'Asia. Europa è il tema fulcro dell'intervento di Matteo Renzi al The State of Union, che concluderà indicandone invece la necessaria associazione con il simbolo mediceo presente nella bellissima Sala dei 500: la tartaruga e la vela ad indicare la sintesi del modus agendi politico della grande dinastia fiorentina ed europea: la rapidità e la saggia prudenza. All'inizio dell'intervento si antepone un breve colloquio con Mario Monti, cui il premier riconoscerà il merito della riduzione significativa dello "spread", fantasma horror della politica e dell'economia recenti. Oggi esso ha un altro nome, meglio è costituito da un'altra realtà non meno inquietante, quella del populismo antieuropeo. Un populismo cieco, privo di orizzonti e prospettive, il quale semplicisticamente indica l'uscita dall'Europa come panacea a tutti i mali e le crisi... Invero solo l'Europa è in grado di dare agli Stati membri ed ai loro cittadini una prospettiva seria nella nuova realtà globale. Il populismo tuttavia affonda le proprie radici in un'Europa anzitutto bancaria e finanziaria ma per questo lontana dai cittadini, il cui rifiuto è soprattutto rifiuto di ciò, da qui la necessità di un'Europa civica, di un nuovo concetto di cittadinanza, ma, insieme, di una nuova connotazione sia politica che economica. Così com'è stata ed in parte ancora è, essa non può fronteggiare le emergenze: Sebrenica ieri, Mediterraneo ed Ucraina oggi, ma anche quelle emergenze umanitarie a sfondo religioso e culturale, quale il rapimento di 200 ragazze da vendere a 12 dollari l'una per schiave soltanto in funzione anticulturale nei confronti dell'Occidente. Sono le sfide che indicano che la frontiera dell'Europa non può identificarsi di volta in volta con quelle geografiche di questo o quel Paese ma che vadano intese quali frontiere comuni. E' un concetto del resto già ribadito da tempo e con altrettanta forza da Giorgio Napolitano. E' indice che si tratta di formare nuove coscienze europee, quelle dei cittadini degli Stati Uniti d'Europa di domani. Ed è qui la vera sfida al populismo: non si tratta di "andare in Europa", intendendo a Bruxelles, perché l'Europa è qui nelle ns città, e piazze. Piazze luogo non di scontro come troppo spesso accade, ma d'incontro, l'agorà dell'antica tradizione della cultura greca culla comune. L'Europa però è quella di domani, quella che ci accomuna perché è un destino, un destino comune se si vuole ancora aver voce nel mondo globale. La sua realizzazione implica la ritrattazione in una nuova prospettiva dei trattati dell'Unione stessa, trattati che l'Italia ha rispettato e rispetterà, così come le riforme che a livello nazionale sono in cantiere, anzitutto quella più importante, la riforma del lavoro, ma anche quelle istituzionali, viste a ragione quali forma di garanzia dell'Italia per l'Unione. Renzi conclude con un'apertura importante e decisiva: il sì alla nuova zona economico commerciale transatlantica, precisa però che - ovviamente non può trattarsi di un obbiettivo immediato, entro il semestre di presidenza italiana del'UE - in quanto necessitante di tempi tecnici più lunghi. Un intervento tutto sommato degno dei migliori europeisti - De Gasperi, per citare solo un italiano -, ma Sebrenica è lì a testimoniare quanto all'atto pratico ciò sia stato ieri gravemente carente ed irraggiunto, il Mediterraneo, l'Ucraina, le 200 ragazze vendute a 12 dollari sono lì a porre la sfida di fatto di oggi: il nuovo banco di prova. E: la tartaruga e la vela sono ancora oggi il simbolo migliore per il necessario modus agendi politico...
francesco latteri scholten

martedì 6 maggio 2014

Santo anche Paolo VI: Papa Francesco getta la maschera.



Un'immagine mediatica, curata more solito nel dettaglio, assai "progressista" specie negl'atteggiamenti esteriori, il nome del poverello di Assisi (sinora nessuno aveva osato tanto), no alle scarpette rosse, giri per Roma in R4 contromano, rinuncia al formalismo ratzingeriano, forte vicinanza verbale al lavoro ed ai lavoratori, specie nei primi discorsi ed omelie ("Se cade un mattone è tragedia, se cade un operaio fa niente.."): insomma un portrait dalla connotazione progressista che aveva fatto tornare alla mente figure quali quella di Leone XIII e Giovanni XXIII, ed acceso molte speranze. Già lo Spiegel, osservatore assai attento e perspicace, aveva fatto notare che invero al di là di questo non si andava, anzi che dietro tutto questo si celasse qualcosa di ben diverso, come si poteva vedere andando al sodo e constatando come "al dunque" la prosecuzione della "linea Ratzinger" restasse ben salda ed immutata. Proprio per questo la celebre rivista tedesca lo aveva subito battezzato il "reazionario moderno". Che la riforma non andasse in senso progressista lo avevano denunciato molti indizi e prove - per le quali si rinvia, tra gl'altri, al settimanale tedesco -, ma la santificazione di Giovanni Paolo II, che trovava molteplici contrarietà nella stessa Curia (significativa quella del Card. Martini che indicava le reiterate scelte di collaboratori discutibili e di vicende non chiarite), ne è la prima vera e grande prova. Wojtyla è stato infatti il più grande dirottatore del Concilio, colui che lo ha asservito al conservatorismo rampante dell'Opus Dei, di Comunione e Liberazione, dei Legionari di Crsisto (il cui fondatore fu sospeso dal sacerdozio perché padre di 6 figli da 6 diverse donne...) e che indirettamente - secondo alcuni tramite Ratzinger - fu responsabile dell'eccessivo peso di Lefevre e dei suoi. Del resto, anche le immagini dicono qualcosa, e la presenza sui palchi dei reali d'Europa e quella di un sindacalista ormai usato a dovere e non più utile quale Lech Walesa sperduto tra la folla dicono pur qualcosa... La santificazione accelerata di Paolo VI, peraltro già voluta da Ratzinger con la decretazione delle virtù eroiche il 20 dicembre 2012, ne è la conferma. Paolo VI, il Papa dell'inversione di rotta del Concilio rispetto alla direzione giovannea, sarà beato dopo la conclusione del sinodo dei vescovi, presumibilmente il 19 ottobre, mentre la santificazione - possibile per l'accertamento di una guarigione prodigiosa avvenuta per sua "intercessione" negli USA nel 2001 - dovrebbe avvenire nel giugno 2015. Insomma la maschera è definitivamente gettata.
francesco latteri scholten.

giovedì 1 maggio 2014

Pacem in terris l'enciclica di Giovanni XXIII, Papa Santo guidato dallo Spirito.



Oltre - e forse più - che la recentissima dichiarazione di Santità, è significativa la definizione data da Papa Francesco nell'omelia della stessa: "...Giovanni XXIII è stato una guida guidata dallo Spirito". Ed effettivamente la sua figura e la sua visione sociale, dopo quella di Leone XIII (centralità del lavoro e dei lavoratori), è quella che ha maggiormente contribuito all'uscita dall'isolamento (si pensi ad es. al "non expedit") della Chiesa ed al suo grande rilancio, iniziato con la "Rerum novarum" del 15 maggio 1891. Si può sostanzialmente affermare che la storia soprattutto recente della Chiesa è stata connotata da un andamento pendolare tra reazione intransigente e riforma profonda e sostanziale, in cui è stata in definitiva quest'ultima a concretare il suo cammino salvifico. Con la morte di Leone XIII il pendolo si sposta al verso opposto ed occorrerà attendere il pontificato di Papa Giovanni perché torni al progressismo riformatore. Ciò accadrà in modo deciso l' 11 aprile 1963 con la Pacem in terris, sua seconda enciclica (la prima è stata la Mater et magistra del 15 maggio 1961). Il periodo storico è uno dei più difficili e gravi: nel 1961 era stato costruito il muro di Berlino e l'anno successivo la crisi cubana, con la quale la guerra fredda e la minaccia atomica hanno raggiunto il loro apice più alto, anche se ormai la guerra si era spostata dal versante strettamente militare a quello economico, industriale, alimentare. Al centro dell'enciclica c'è la concezione spirituale propria di Giovanni XXIII, frutto del suo cammino spirituale personale, della preghiera, del confronto con il vangelo: "la Pace non è solo un problema di giustizia ed equità nelle relazioni tra le nazioni, è anche un problema interno alle nazioni stesse, essa non è un pio voto facile da attuare, ma una difficile costruzione da realizzare fin negl'ambiti nazionali più nevralgici, quali sono le relazioni politiche interne". Di più: "la Pace si costruisce nei rapporti tra gl'uomini, tra le comunità politiche e tra queste e la comunità mondiale. Ma, proprio per questo: la Pace non è perciò soltanto uno stato di relazioni tra Paesi: essa concerne invece tutti i livelli dell'esistenza sociale, fino all'intimo di ogni persona; si tratta di un disarmo integrale che investe anche gli spiriti (...) La Pace non è solo assenza di guerra: è un insieme di relazioni tra le persone e le comunità a monte di cui si colloca la relazione della persona con sé e con Dio." Da queste concezioni l'enciclica sviluppa i suoi tre punti fondamentali: 1) i diritti dell'uomo, per i quali essa si rifà alla carta internazionale dell' ONU del 1948, ma osservando che perché i diritti possano trovare concrezione è necessario anche che ciascuno adempia pure i propri doveri; 2) il disarmo, con l'implorazione all'arresto della corsa agl'armamenti; 3 le istituzioni internazionali, a proposito delle quali Papa Giovanni sottolinea il ruolo positivo dell'ONU, ma anche il suo sblocco dalla paralisi dovuta alla guerra fredda, e, soprattutto, la necessità che vi sia un ordine morale per la tutela del bene comune universale. Il pendolo muove perciò di nuovo con forza verso l'altro apice, quello riformista e toccherà il culmine con il Concilio Vaticano II e, in esso, il 7 dicembre 1965, con la Gaudium et Spes, poi il moto si invertirà...
francesco latteri scholten