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domenica 5 febbraio 2017

USA, tornano i Derivati: Trump cambia DFA e Volker Rule.




La decisione – la più importante per l'economia americana e non solo per il prossimo futuro – dopo un incontro diretto tra Donald Trump e Jamie Dimmon, Boss di J.P. Morgan. Inversione ad U. Due le più grandi ed imponenti crisi economiche americane della Storia recente, quella del 1929 e del 2007. Entrambe hanno trascinato con sé nel baratro l'economia mondiale. Per tutte e due la stessa causa: funzione commerciale e finanziaria svolte dalle stesse banche ed un nome ormai famigerato: “derivati”. Per entrambe la stessa soluzione, radicale ed imposta dall'alto – fu l'allora Presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1933 con il Glass Steagall Act -, più annacquata, meno efficace e chiesta a forza dal basso nel 2007 dai movimenti Occupy Wall Street e concretati nella contesissima norma Volker Rule del DFA nel 2010. Separazione senza se e ma tra banche commerciali e di investimento nel 1933, uscita rapida dalla crisi e rinascita economica rampante con il “New Deal”. Nel 2010 separazione tra banche commerciali e di investimento chiesta da Occupy ma concretata con tanti se e ma riusciti dalla imposizione di J.P. Morgan & C. : uscita stentata e ripresa barcollante. Ora il nuovo successo di Jamie Dimmon, l'aver strappato al Presidente Trump la bollatura del DFA come decreto fallimentare. Segnatamente la parte più ferocemente avversata del Dodd Frank Act, la Volker Rule, nent'altro è che la reintroduzione, sebbene chiesta dal basso dai movimenti “Occupy”, dello Glass Steagall Act, ossia proprio la norma che consentì il New Deal. Norma aggirata a partire dal 1979 e poi definitivamente suparata con il Gramm Leach Blealy Act del 1999: norme che hanno concretato le reaganomics prima e le Bushnomics poi e, soprattutto il Gramm Leach Blealy portato in brevissimo tempo al secondo e più tragico 1929: il 2007. Insomma, un definitivo NO alla “via” di Roosevelt, ed un imbocco deciso della direzione che ha portato al 1929 ed al 2007. Una via costata al contribuente americano migliaia di Mld di dollari, crac riversatosi ovviamente sull'economia di tutto il pianeta. Con una eccezione significativa: il mondo islamico. Coerenti con i valori dell' Islam, i banchieri e gli investitori islamici infatti non trattano derivati ed altre amenità e banchieri alla Jamie Dimmon finiscono portati in piazza e poi con tagliata pubblicamente la testa... (e fanno BENE).
francesco latteri scholten.

lunedì 5 dicembre 2016

Ministro Brexit David Davis: Londra disposta congrui pagamenti per restare nel mercato UE.


Inversione a U per Brexit. Mentre continuano gli accordi tra Londra e Francoforte per il mega matrimonio affaristico tra la Borsa di Francoforte e quella di Londra, i due manterrebbero una propria identità ma costituirebbero un unico mega soggetto economico – intorno al 55% la quota di Francoforte, al 45% quella di Londra – David Davis, Ministro GB per la Brexit, si autosmentisce radicalmente. La smentita è a ridosso dell'altra, di Boris Johnson, Ministro degli Esteri U.K che acconsente, contro affermazioni precedenti, alla libera circolazione dei cittadini UE in Inghilterra, e, solo nell'ultimo anno si è arrivati a ben 335 mila cittadini UE in GB. Davis è più radicale e non solo si smentisce ma inverte rotta: non solo non sarà più richiesto il rientro dei miliardi inglesi pretesi a gran voce dai “brexiters” Farage in testa, ma Londra è anzi disposta al versamento di fondi anche cospicui pur di restare nel mercato della UE. “Londra infatti vuole – così il Ministro – il miglior accesso al mercato UE ed ai suoi beni e servizi anche pagando”. Le due principali richieste di Nigel Farage e dei suoi sono così non solo aggirate, ma di fatto il Regno Unito si muove in direzione opposta ad una Brexit votata ma ormai di fatto scatola vuota. Grande soddisfazione a Londra per il neo sindaco Sadiq Khan, come anche in Scozia. Ma non solo, soddisfazione in tutto il manifatturiero inglese, nei settori produttivi in genere e soprattutto in quelli finanziari. Le Borse, a cominciare da quella di Londra premiano la nuova rotta. Premiata anche la Sterlina a quota 1.26 contro il Dollaro e 0.86 contro l'Euro.
francesco latteri scholten.

lunedì 30 maggio 2016

Gael Giraud gesuita, economista della "Laudato sì", e la separazione tra banche commerciali e di investimento, ovvero tra Occupy e J.P. Morgan.


Gael Giraud, economista rampante della Compagnia di Gesù, ha posizioni nette distanti da quelle del capitalismo manchesteriano e più ancora, ovviamente, da quello firestoniano. "Papa Francesco non è un marxista" ci tiene a specificare e notificare con decisione e lo fa per 3 buoni motivi: perché è vero; per il voto particolare di obbedienza al Papa fatto da tutti i membri della Compagnia; perché è lui, Gael Giraud, l'economista di riferimento della "Laudato sì". "Tout compt fait" la posizione di Padre Giraud risulta avere più di qualche comunanza con la concezione socio liberista del fondatore dell'economia politica moderna Adam Smith in "La ricchezza delle nazioni". Il suo punto di riferimento è tuttavia quello acquisito dall'economia del Novecento all'indomani del Grande Crollo di Wall Street del 1929: la necessità di dividere le banche commerciali da quelle di investimento. Posizione che lo accomuna ad Occupy Wall Street, al rev. Seamus Finn, a Paul Volker ex Presidente della 


Federal Reserve ed a tanti altri (tra cui chi scive). Negli USA, ciò fu imposto per legge nel 1933 con il Glass Steagall Act dal Governo di Franklin Delano Roosvelt. Un concetto dunque tutt'altro che rivoluzionario o marxista, il nome di Roosvelt è associato indissolubilmente a quello del New Deal, ed è comunque un concetto che l'economia successiva avrebbe dovuto dare per definitivamente acquisito. Ronald Reagan e le Reaganomics segnano invece una decisa inversione di tendenza sino al Gramm-Leach-Blealy Act del 1999 con cui si gettano le basi per la libera attività degli intermediari finanziari, perciò dei "derivati" e con ciò della gravissima crisi del 2007. Ovvero dal '79 e segnatamente dal '99 si è tornati a posizioni similari a quelle pre '33 e pre '29. Proprio Paul Volker nel 2010 con il Dodd Frank Act (DFA) ha cercato di reintrodurre la norma dello Glass Steagall Act, che però i nemici della separazione tra banche commerciali e di investimento hanno portato a ben 16 


Titoli, 2315 articoli e 2319 pagine per poter consentirne l'aggiramento... Similmente è accaduto con il "Basilea 3" in Europa. A tutt'oggi perciò la separazione tra banche commerciali e di investimento è il più gravido e combattuto degl'oggetti del contendere tra Banche, in primis J.P. Morgan, ed economisti finanziari da un lato ed i loro avversari dall'altro. Insomma: a differenza che nel 1933, il primo passo per una economia più umanista ed attenta al Bene Comune, primo passo per una economia della Casa Comune, quella sostenuta dalla "Laudato sì", è ancora ben lontano dalla realtà e molto occorrerà fare e combattere per poterlo realizzare. In compenso la spada di Damocle di un nuovo venerdì nero del 1929 o di un nuovo 2007 è più incombente che mai.
francesco latteri scholten.

domenica 8 maggio 2016

Il Brennero e la 127: torna l'Europa dei Medici e dei Fuegger?


Almeno per il momento, con buona pace dei facinorosi delle varie fazioni, il muro al Brennero non si farà. Ci sarà invece una maggiore collaborazione tra le forze dell'ordine italiane ed austriache. Il grave problema migratorio si avvia ad una ulteriore miglioria anche se i problemi di fondo nella crisi mediorientale permangono, così come quelli integrativi tra Oriente e Occidente. La crisi del Brennero è tuttavia il sintomo di una crisi di fondo anche per quanto riguarda l'integrazione in ambito europeo tra i vari Paesi dell'Unione e non solo più segnatamente quelli dell'ex Europa dell'est. In particolare per l'Italia il momento della massima integrazione ed anche della massima espansione sui mercati europei, segnatamente il centro e nord Europa, porta l'immagine ormai sbiadita dagl'anni della mitica 127, il prodotto con cui la FIAT diventa il primo costruttore estero in Germania e non solo. Realizzata non grazie a Gianni Agnelli che la FIAT già all'epoca voleva togliersela, bensì al finanziere palermitano Enrico Cuccia, l'allora avveniristica utilitaria non solo trascinò con sé l'exploit del 


manifatturiero italiano in genere, ma nel suo settore portò alla commissione di notevole componentistica italiana da parte della stessa industria tedesca a cominciare dai marchi di prestigio del settore. Il centro e nord Europa totalizza da solo circa il 50% dell'export italiano. Da allora, siamo a metà degl'anni '70, di acqua sotto i ponti ne è passata e molte cose, soprattutto in ambito economico commerciale, ma anche produttivo industriale, sono cambiate. L'Italia ha preso maggiore coscienza della sua realtà geopolitica, al centro del Mediterraneo, e l'ha tradotta in termini commerciali e così i rapporti con i Paesi mediterranei e per l'Africa non solo con i Paesi affancianti sul mare, ma con il continente in genere, sono assai accresciuti, mentre in parallelo i rapporti 


commerciali con il centro e nord Europa, pur restando assai importanti sono notevolmente decresciuti con minus a due cifre. Il centro nord Europa, e segnatamente la Germania ha invece assai accresciuto il rapporto commerciale con l'Oriente e specialmente la Cina: 1/3 delle BMW ed 1/4 delle VW, ma vale per molti altri manufatti, sono ormai venduti in Cina. L'integrazione, come bene ci hanno insegnato Willy Brandt ed Helmut Schmidt, è anzitutto integrazione economica, questa già all'epoca la chiave della Ostpolitik che portò alla caduta del muro di Berlino. Questa integrazione, che per l'Italia nel centro e nord Europa ha avuto il suo massimo proprio con la 127, bissata dalla Uno, è andata poi sminuendo ed i flussi commerciali tornano a somigliare a quelli dei tempi andati in cui i Medici segnavano l'economia mediterranea ed i Fuegger quella del centro nord Europa da Parigi a Danzica, includendo ovviamente i celebri porti e centri commerciali delle città dell' HANSA, a cominciare da Amburgo...
francesco latteri scholten.

sabato 12 dicembre 2015

Moneta elettronica, il totalitarismo assoluto: il perfetto panopticum.


E' un tracciante globale.  Esso include in sé anche quel tracciante geografico, quella specie di GPS, grazie al quale ognuno di noi è, in ogni momento, volendo, immediatamente localizzabile e che ciascuno di noi porta con sé - liberamente - in tasca: il telefonino. In un film di fantascienza datato ormai qualche decennio fa, un meccanismo del genere veniva applicato coercitivamente a carcerati o a persone in libertà vigilata. Se tuttavia il telefonino è un semplice tracciante "materiale", il quale consente la rintracciabilità della nostra persona materiale, del ns corpo e dei suoi spostamenti, la moneta elettronica è molto, molto di più. Essa è infatti un tracciante globale, dunque anche psichico e psicologico sia della persona che di tutti i gruppi sociali. Attraverso essa traspare la totalità della persona: come si muove e quando, cosa fa, cosa e come mangia, beve e dorme, come si veste, se e cosa e come legge, cosa guarda, quali film, se va a teatro o al cinema o allo stadio - e ovviamente dove e con chi - quale musica ascolta e quando etc. Facciamo un esempio concreto, è stata istituita la moneta elettronica. Giovanni si alza al mattino presto e và alla stazione a prendere il treno per Palermo. Alle 7.00 fa il biglietto, ovviamente lo paga e altrettanto ovviamente la moneta elettronica lo registra. Alle 7.08 va a prendere il caffè e il giornale, idem. Alle 9.10 arriva a Palermo, prende un altro caffé ed i cigarillos. Ovviamente paga, e ovviamente la moneta elettronica registra e registra anche a quale bar ha preso il caffé e dove ha comperato i cigarillos e quali cigarillos ha acquistato, come del resto ha già registrato quale giornale ha comperato. Non continuiamo a seguire Giovanni perché già il farlo per questi pochi spostamenti mi ha fatto venire l'angoscia. Si specifica però che - ovviamente - è possibile una traccianza incrociata tra moneta elettronica e telefonino nonché internet. Esce l'analisi dettagliata, non solo degli spostamenti della persona, c'era già, ma l'analisi totale e globale della persona: chi è, cosa fa, come lo fa, addirittura cosa pensa. Attraverso questi dati - si capisce - la persona può poi essere pilotata, in maniera del tutto incognita, ovvero del tutto a sua insaputa, ma, proprio per questo, nella maniera più coercitiva. Il tutto, ancora ovviamente, a spese della persona, come già per il telefonino: è la persona che paga tanto il telefono, quanto la conversazione, quanto la transazione economica. Ma quella economica la paga di più e la pagano di più proprio i più poveri: anche i pensionati e quelli che non ne hanno sono infatti coerciti all'apertura di un conto bancario. Chi guadagna sono, more solito, le banche e le multinazionali, quelli che hanno fatto la crisi che tutti stiamo pagando. Ancora e di nuovo tutti dovremo pagare per loro ed avere ancora meno benefici e più aggravi. In quest'ultimo aspetto il panopticum di Bentham - lo strumento ideale di potere che consente la supervisione totale da parte del supervisore senza che egli, al tempo stesso, possa esser veduto, lo strumento su cui si sono poi realizzate le carceri ed i manicomi, "Sorvegliare e punire", ma anche già prima le biblioteche - è stato addirittura superato: i costi di quello erano infatti a carico dei supervisori, i costi di questi sono addebitati agl'utenti, cioé ai carcerati in cui tutti noi veniamo di fatto trasformati.
francesco latteri scholten.

P.S. Il presente articolo è la ristampa anastatica dell'omonimo già pubblicato nel 2012 e che, vista la cogente attualità dell'argomento e le immutate condizioni, ho ritenuto di ripubblicare immodificato.

mercoledì 1 luglio 2015

Enciclica Laudato sii: Papa Francesco con Occupy Wall Street ?


A partire dal Novecento la Chiesa si è spesso contrassegnata come istituzione del radicale rinnovamento, a cominciare da Leone XIII che con la Rerum Novarum (15 maggio 1891) proietta decisamente e con decenni di anticipo sociale nelle problematiche più gravi del XX secolo. Non si tratta tuttavia di un movimento uniforme, ma piuttosto ad andamento pendolare caratterizzato dunque anche da moti di controinput, dove però l'input al progresso è dato sempre dall'alto: Giovanni XXIII (Concilio e segnatamente Gaudium et Spes), Giovanni Paolo II (tra le tante la Laborem exercens ed una politica determinante al crollo del muro di Berlino), Benedetto XVI (Deus Caritas est). Il titolo e l'apertura dell'enciclica, dopo la Lumen Fidei del 29 giugno 2013, la seconda di Papa Francesco (ma va ricordata anche la corposa esortazione apostolica Evangeli Gaudium del 24 novembre 2013) riporta al cuore della scelta pontificale del Gesuita Jorge Mario Bergoglio, ossia al cuore di San Francesco: il Laudato sii, uno dei canti più belli ed il più antico della letteratura italiana. E' stata definita subito "enciclica verde", ma si tratta di una definizione alquanto laica che non considera nel suo dovuto sviluppo la concezione cristiana della persona, non individualista ma relazionale: si è persona in relazione a Dio, al prossimo, al creato. Insieme a San Francesco si va perciò di nuovo, come già ai tempi del Santo di Assisi, alle radici autentiche del cristianesimo. Un ritorno che provoca subito contrasto, come già per lo stesso Francesco con il proprio padre, ricco e noto commerciante ed usuraio dell'epoca. Così diversi stralci dell'enciclica, giunti a conoscenza già prima della pubblicazione, hanno creato disaccordo e distanziamento dagl'emuli del "padre" di San Francesco specie negl'ambienti di Wall Street e delle altre Borse. Oggi però i cristiani possono vantare anche precedenti importanti quali l'azione del Rev. Seamus Finn, già a sostegno della Volker Rule nel Dodd Frank Act del 2010, con cui dopo il Crac del 2008 si è, sia pur solo parzialmente, reintrodotta la normativa garantista che separa banche di investimento da banche di deposito riprendendo di fatto la normativa del Glass Steagall Act del 1933 dopo il Crac del 1929. E' l'azione che ha avuto maggior seguito negli USA grazie ad "Occupy Wall Street", cui oltre Seamus Finn si sono associati tanti cristiani anche sacerdoti. Su questo stesso versante la Chiesa può finalmente vantare anche dei risultati importanti in casa propria dovuti all'azione di Papa Benedetto XVI prima e dello stesso Papa Francesco poi. Risultati che hanno portato sia alla riforma economica dello Stato Vaticano, che a quella - più difficile - dello IOR. La riforma economica data al 18 luglio 2013, con l'introduzione della Commissione referente costituita prevalentemente da laici, quella della Commissione sullo IOR l'aveva preceduta di qualche giorno: 24 giugno. Quello della Finanza, anche se non appare espressamente più di tanto è infatti il nocciolo della questione: "Interi Paesi sono stati saccheggiati per salvare le Banche, che vergogna..." così Papa Francesco alcuni giorni fa. Il problema centrale è invero quello di uscire da un "progresso" esclusivamente finalizzato al lucro ed alla plutocrazia e dunque giungere ad una più equa distribuzione delle ricchezze, attualmente detenute in pratica solo dall' 1% della popolazione: sono solo 147 le grandi multinazionali che insieme controllano il pianeta. L'impegno non è astratto e non è volto solo contro la politica delle multinazionali, ma, nasce prim'ancora da un più responsabile agire di ognuno: in nome della solidarietà e della compartecipazione piuttosto che dell'egoismo ed in nome della sobrietà piuttosto che dello spreco. Un ritorno all' "Ascolto di Dio" per tornare a volgersi al prossimo ed al creato con animo nuovo, per creare una realtà nuova, più umana e più degna di essere vissuta, l'Enciclica chiude così: "I poveri e la terra stanno gridando: Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita, per preparare un futuro migliore,affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza. Laudato si’! Amen."
francesco latteri scholten

martedì 19 maggio 2015

Londra fuori dall'Euro? Banche e multinazionali fuori dalla City.


Ambiguo l'effetto della vittoria politica di Cameron sull'economia: da un lato infatti c'è stabilità e ripresa, dall'altro le inquietudini non mancano specie presso i maggiori attori della scena economica della City. Ad alimetarle i mai sopiti spiriti autonomistici britannici piccoli e grandi: l'autonomismo irlandese, quello scozzese e, soprattutto, quello britannico "Old England" con la pretesa autonomista ed un suo eventuale sfocio nell'uscita dall'Euro. Sono infatti molti e di cospicuo rilievo economico gl'attori della City che stanno conteggiando l'eventuale realtà economica prospettantesi per loro nella City e nel Regno Unito nel momento in cui l' "uscita" dovesse concretizzarsi. In particolare per il numero uno del settore bancario in Europa, Deutsche Bank, che ha già ridotto le proprie filiali da 21 a 16, e che tutt'oggi impiega 9.000 dipendenti in Inghilterra, il gioco non varrebbe più la candela, motivo per cui il colosso bancario tedesco starebbe valutando un suo eventuale ritiro non solo dalla City. Realtà analoghe sembrano configurarsi anche per HSBC, altro colosso bancario, che starebbe valutando il proprio eventuale trsferimento direzionale ad Hong Kong. Un'Inghilterra fuori dall'Euro perciò decisamente inappetibile e non solo per il settore bancario e finanziario ma anche per altri settori economici: sarebbero infatti circa una trentina le multinazionali che starebbero anch'esse conteggiando un'eventuale ritiro dalla City. L'esito sarebbe una decisa marginalizzazione del firmato "Union Jack", quale quello apertosi all'indomani dell'uscita dall'Impero Romano e che attanagliò l'isola per tutto il medioevo tenendola in uno stato di prostrazione.
francesco latteri scholten

venerdì 27 febbraio 2015

Grecia: 27 Mld di fuga capitali solo a gennaio, governo spaccato su riforme e rivolta dei comunisti stalinisti.


Con 542 sì, 32 no e 13 astenuti, confermati i 22.4 Mld di prestito in tre anni alla Grecia dalla Germania in un pacchetto U.E. di complessivi 110 Mld. E' perciò da una Germania che ha fatta sua l'esortazione del Ministro Schauble a sostenere la Grecia, che oggi arriva il più importante ed urgente sostegno - "aiutiamo la Grecia in misura straordinaria" ha dichiarato lo stesso Schauble - ad un Alexis Tsipras fortemente messo in discussione nella sua Grecia che lo aveva eletto a maggioranza. Proprio nella maggioranza però il dibattito sulle concessioni fatte in sede europea è accesissimo e rischia di spaccarla. Il partito comunista greco, di orientamento neostalinista è passato direttamente alla contestazione di piazza con danneggiamenti di negozi ed incendi di auto, mentre sul fronte opposto, anche se non ancora in piazza, comincia ad aleggiare di nuovo lo spettro di "Alba Dorada". I fantasmi dei due fronti opposti sono almeno in parte causa del vero danno economico, ovvero della fuga di capitali all'estero. Capitali sottratti all'investimento ed allo sviluppo del Paese e che hanno raggiunto quote addirittura superiori a quelle degl'aiuti dell'Unione Europea: nel solo mese di gennaio hanno lasciato la Grecia ben 27 Mld di Euro, un miliardo al giorno. Ovviamente, lo spostamento su conti esteri, specie in queste dimensioni, comporta una ulteriore obbligazionarietà delle Banche greche nei confronti di quelle europee (specie tedesche, mete preferite degl'investori greci), contribuendo con ulteriore impeto all'aggravamento della crisi stessa. Non è un caso dunque che la pur debole ripresa dell'economia greca +0.4% (comunque doppia del previsto) nel primo trimestre 2014, segni un'inversione di tendenza proprio in concomitanza alla massiccia ripresa della fuga di capitali a partire dal secondo trimestre 2014 ed ancora perdurante ed in incremento. Da qui la richiesta dell'Unione al Governo greco di bloccare anche normativamente lo spostamento di capitali all'estero.
francesco latteri scholten.

lunedì 2 febbraio 2015

Dopo il Quirinale la Mammì è tutta per il sorriso di Murdoch.


Già Giovanni Falcone stava indagando sulla società occulta estera "All Iberian" facente capo a Silvio Berlusconi e dalla quale partirono circa 23 Mld all'indomani dell'approvazione della legge Mammì (6 agosto 1990) la quale consegnava di fatto il monopolio mediatico italiano al futuro leader della futura F.I. e futuro Presidente del Consiglio. Sergio Mattarella, da sabato XII Presidente della Repubblica, all'epoca Ministro, pur di non votarla si dimise il 27 luglio. Monopolio mediatico per istituire quello politico a sua volta sostegno di un impero economico e garante di normazioni che sostenessero anche il primo. Un circolo quasi perfetto, di cui anche le ultime elezioni al Colle più alto denunciano tuttavia la rottura. 105 schede bianche sono decisamente al di sotto di quelli che avrebbero dovuto essere i propri sostenitori politici a dimostrazione che ormai non si controllano neppure più quelli: i topi hanno sempre abbandonato per tempo la nave che affonda. Non sono del resto gl'ultimi accadimenti politici - peraltro abbondantemente previsti dallo stesso Berlusconi - a rendere datata la Mammì. C'è anzitutto la sua data cronologica, riprovata prima dalla nascita e soprattutto dall'estensione di internet, ma anche dall'irruzione delle Pay TV, segnatamente Sky, cui una normazione evidentemente solo tarata sulle altre emittenti nazionali, non riesce a porre alcun argine. La sola Sky Italia (valore stimato 3 Mld) assurge così a circa il triplo di Mediaset Premium (circa 1 Mld) : oltre 4 Mln di abbonati contro il 1,7 Mln di Mediaset. Se tuttavia la Mammì non ha arginato Murdoch, lo ha fatto il mercato, con una perdita di oltre 200.000 abbonati negl'ultimi anni. Di più: Don Silvio è riuscito ad aggiudicarsi l'esclusiva per ben tre anni, a partire dal 2015, dei diritti per la Champions League il che dovrebbe garantire un ulteriore travaso di circa 500.000 abbonati da Sky a Mediaset Premium. Dunque se Sparta piange, anche Atene ha qualche problema ed è probabilmente il motivo per cui il "vecchio amico" Rupert ha accettato di incontrare Berlusconi. Da parte sua Murdoch ha una doppia spada di Damocle per il boss di Mediaset, costituita a) dal fatto che la crisi dei canali Pay rischia di trascinare anche le TV "in chiaro"; b) dall'intenzione del boss australiano di irrompere appunto anche nel settore "in chiaro" mettendo a rischio il "patto del nazareno" che non sarebbe un patto politico bensì semplicemente un accordo per cui la Rai evita una vera concorrenza a Mediaset. 
francesco latteri scholten

venerdì 16 gennaio 2015

Sgancia Franco da Euro il via libera a Draghi per acquisto titoli debito pubblico Paesi UE.


Un terremoto economico apparentemente improvviso ha colpito l'economicamente solidissima Svizzera con un tracollo della propria Borsa di oltre il 9% e si è trasmesso poi ai mercati finanziari e non dell'Unione Europea e del Mondo. Tutti effettivamente sono stati spiazzati, probabilmente perché la valutazione più centrata (e tacitamente condivisa e ritenuta ovvia) è quella espressa dagli esperti di J.P. Morgan i quali ritengono fosse stata più ovvia per gl'elvetici una politica di distacco progressivo peraltro decisamente meno rischiosa. Il problema è che non sarebbe stato comunque possibile per la Svizzera continuare a mantenere la parità tra Franco ed Euro a causa di un acquisto di quantitativi di valuta dell'Unione di dimensioni ormai insostenibile per la propria banca centrale. E' infatti decuplicato negl'ultimi anni il volume di Euro acquistato, valutabile in diverse centinaia di Mld. L'indebolimento dell'Euro - sceso al di sotto della soglia di 1,15 Dollari come nel 2003 - e soprattutto la forte crescita ed il rafforzamento del Franco Svizzero sempre più usato nell'eurozona come valuta di riferimento creditizio avevano portato ultimamente ad una ulteriore svalutazione dell'Euro rispetto al Franco di circa il 30%, mettendo - considerate anche le enormi differenze di dimensioni - la Banca centrale svizzera nell'impossibilità di controbilanciare acquistando Euro, operazione sinora effettuata anche e soprattutto per garantire una forte concorrenzialità alle imprese elvetiche il cui export va per poco più del 50% proprio nell' UE. A questa situazione di estrema empasse l'annuncio del "Via libera" a Mario Draghi per l'acquisto di titoli del debito pubblico dei Paesi UE che implica da sè una ulteriore svalutazione della moneta europea ha finito per dare il colpo di grazia. All'effetto immediato del tracollo della Borsa andrà ora ad aggiungersi quello del tracollo del tasso di crescita dal circa 1,8 al solo 0,5%. Difficoltà anche nel settore creditizio dove milioni di utenti che hanno optato per il Franco si trovano di colpo a dover pagare il 30% in più... L'effetto più dirompente tuttavia è quello registrato a livello di immagine in Germania tra i locali fautori dell' "uscita dall'Euro", si tratta infatti di un'anteprima in scala ridotta di ciò che accadrebbe se l'opzione ritorno alla Deutsche Mark fosse messa in atto.
francesco latteri scholten

lunedì 22 dicembre 2014

Rivoluzione Merkel: oltre 315 Mld ai Paesi UE da investimenti privati.



Angela Merkel prosegue a passo serrato quella sua politica di crescita economica autentica che ha portato alla sua recente e plebiscitaria rielezione a capo della CDU. Questa volta nel mirino è l'Unione Europea, non con false politiche keynesiane dietro le quali si celano le nefaste politiche votoscambiste inaugurate dal CAF (tre criminali: Craxi, Andreotti e Forlani) e dilagate a macchia d'olio in tutta Europa, Germania compresa. Sostanzialmente: voi ci votate noi vi facciamo avere privilegi e soldi con finanziamenti pubblici fatti facendo ricorso al debito pubblico. Esito: un interesse sul debito pubblico che ormai in molti Paesi eguaglia il PIL soffocandone completamente qualsiasi attività economica. Di questa politica la Cancelliera continua, ed orgogliosamente, ad essere la nemica giurata. Niente false politiche fintamente keynesiane e soprattutto niente CAF, ma, invece, una politica di crescita in cui il Pubblico è a sostegno e garanzia della possibilità e dell'agevolazione del Privato, politica che, non solo in Germania ha portato i suoi frutti. In sintonia con questa linea per l' Unione Europea sono stati presentati ben 80 progetti di legge a sostegno di investimenti e sviluppo, centrati su quello che Jean Claude Junker ha definito il "triangolo magico": consolidamento del Bilancio, riforme strutturali e investimenti. La Commissione a Bruxelles ha approvato il pacchetto che ha un valore complessivo di oltre 315 Mld, e la cui direzione è stata affidata alla Banca Europea per gl'Investimenti per meglio garantire la redditività anzitutto economica dei progetti e non solo una semplice assegnazione politica. "Si tratta infatti anzitutto - così la Merkel - di prendere non delle decisioni politiche ma di fare delle scelte economiche." Si registra intanto già un primo risultato, ovvero il Consiglio Europeo ha già dato il proprio nulla osta dimodoche già a gennaio 2015 la Commissione potrà procedere ed i primi finanziamenti potranno essere disponibili entro la prima metà dell'anno. I progetti privilegiati ineriscono il digitale (soprattutto internet veloce), le infrastrutture (autostrade e ferrovie), l'energia, strutture ed infrastrutture sociali, ecologia. Il criterio di valutazione sarà anti CAF, ovvero anzitutto economico a prescindere dalla politicità. Dal canto suo Angela Merkel sta facendo valere il suo rinnovato peso politico per l'accelerazione della concrezione dei progetti: "Perché la gente in Europa, le cittadine ed i cittadini vedano cosa accade per davvero adesso, è fondamentale che i progetti abbiano uno sbocco concreto ed è a questo che si sta alacremente lavorando."
francesco latteri scholten

giovedì 4 dicembre 2014

Russia: crollo Rublo incrementa guadagni petroliferi e favorisce ritorno a statalismo.


E' del 40% - ed in ulteriore caduta - il deprezzamento del Rublo dall'inizio dell'anno e del 6% solo nell'ultima settimana di novembre. Il dato è superato solo da quello della crisi del 1998: - 75%. Un segnale estremamente negativo per gl'investitori stranieri e per la stessa economia russa, considerata l'elevata dipendenza dall'estero da cui sono importate la maggior parte delle merci (è, ad es., il motivo per cui sono stati bloccati i progetti dell'agenzia spaziale). Per il breve e medio termine tuttavia l'economia russa è in grado di ben bilanciare il forte deprezzamento valutario grazie alla connotazione strutturale della propria economia con un debito che ammonta a solo il 13% della produzione annua e riserve economiche per 400 Mld tutti in valuta estera. Nel breve periodo inoltre il crollo valutario difficilmente darà luogo a crisi sociali interne (sebbene focolai di disordini non manchino) perché se - secondo Forbes - nel 2012 un barile di petrolio fruttava 3.200 rubli, oggi, nonostante il crollo, ne frutta 3.600 ed è in rubli che sono pagati stipendi, pensioni e contributi sociali. Performances assai apprezzabili che anche per il breve periodo non eliminano il peso della caduta: ammontano a circa 130 Mld i debiti da pagare per il 2015, tutti in dollari ovviamente. Paradossalmente questa realtà economica favorisce e soprattutto rafforza la nuova rotta economico politica di Putin avviata con la creazione dell' Unione Economica Euroasiatica (UEE) con gl'altri leaders ex Soviet: possessore delle centinaia di Mld di riserve economiche in valuta pregiata e, soprattutto, dei giacimenti petroliferi è infatti lo Stato, mentre i più colpiti sono i privati e le privatizzazioni. Un dietro front di fatto, come del resto accusa il Presidente americano Barak Obama.
francesco latteri scholten.

giovedì 9 ottobre 2014

Lavoro: il lato oscuro di Keynes.


In tempi di grande crisi riecheggiano quelle del passato, in particolare quella del '29 nel Novecento e dunque i suoi analisti. Riaffiora quello grande del "Professore di Harward", John Kenneth Galbraith, recentemente scomparso, ma, soprattutto, quello di John Maynard Keynes, il primo e più grande studioso proprio della crisi del '29 che metteva in discussione tutta quanta l'economia "classica", incapace e di leggerla e di interpretarla in quanto fondate in fine su un dato fideistico, quello dell'automatismo dell'economia per cui essa tendeva automaticamente al proprio riassetto. La crisi del '29 dimostrò la falsità di questo assunto. L'analisi di questa crisi diede a Keynes le basi per il superamento dell'economia classica da cui egli si distanziò soprattutto in tre punti: a) la concezione della moneta non più semplicemente come mezzo di scambio, ma anche come fondo di valore; b) l'abbandono della legge di Say secondo la quale ogni offerta crea automaticamente la propria domanda per cui non può non esservi equilibrio tra domanda ed offerta; c) contro la concezione classica che ammetteva periodi di sottooccupazione, si afferma la rigidità dei salari verso il basso. Corretto così il sistema si tratta di riportarlo all'equilibrio e ciò spetta - al pari che in Marx - allo Stato. Allo Stato in particolare spetta di correggere e bilanciare gli andamenti dei cicli economici, mantenere la piena occupazione, stabilizzare e incrementare il reddito nazionale, eliminare gli squilibri territoriali, prevedere le esigenze delle generazioni future. In tutto ciò lo Stato non ha da temere un deficit, in quanto - è la tesi fondamentale del nostro - un deficit di bilancio sortisce necessariamente effetti espansionistici per il sistema economico anche se finanziato attraverso l'indebitamento dello Stato. Le tesi keynesiane - probabilmente ignorandone l'autore - trovarono una loro messa in pratica già pochissimi anni dopo il '29, precisamente a partire dal '33, in Germania da un personaggio che diverrà famigeratamente e terribilmente famoso: Adolf Hitler. In Germania la crisi ebbe ripercussioni molto più forti che altrove, basti ricordare che un francobollo da affrancatura semplice era giunto a "valere" 5 miliardi di marchi, ovvero il marco non valeva più assolutamente neppure la carta su cui lo si stampava. La politica e con essa l'economia, quelle di Weimar, erano inceppate da una sinistra che aveva poco meno del 50% dei voti ed una destra che solo con l'ausilio della minoranza hitleriana poteva bilanciarla. Il 27 febbraio del 1933, ad un mese dalla sua elezione a Cancelliere, Hitler fa incendiare il Reichstag attribuendone la responsabilità ai comunisti ed alle sinistre: è la scusa per per le proscrizioni e deportazioni di massa, è la nascita dei KZ, i Konzentrations-Lager, i campi di concentramento i quali accolgono anzitutto gli oppositori politici del regime, in massa, ad essi si aggiungeranno i delinquenti comuni, i sessualmente diversi, le vite indegne di essere vissute e gli ebrei. Questi campi sono certamente anche campi di prigionia, di tortura, di sperimentazione sull'uomo e molte altre atrocità ed infamie, ma essi sono anzitutto - e lo specifica assai bene la scritta sul cancello di Auschwitz - dei campi di lavoro: Arbeit macht Frei. Non si tratta di un senso figurato o di una scritta di scherno, la legge che vi impera è infatti una legge economica: se e fintantoché produci di più di ciò che costi vivi, appena costi di più ti si elimina. L'uomo è ridotto a totale funzione dell'economia. E l'economia tedesca risorge e risorge in pochissimo tempo, nel giro di due - tre anni è di nuovo un gigante. Si finanzia sul deficit, come dice Keynes, e con ciò realizza progetti colossali, quali la rete autostradale, la rete ferroviaria con i treni più veloci del mondo (230 Km/h già le vaporiere di allora), le colossali opere di urbanistica etc. e, soprattutto una produzione bellica inimmaginabile. Il lavoro per tutto questo è fornito dai milioni di deportati dei campi di concentramento che ogni mattina vengono trasportati dai campi ai cantieri di autostrade, ferrovie, alle fabbriche di armamenti etc, la sera sono ricondotti nei campi. Oggi è ancora così con milioni di extracomunitari e non: il keynesismo moderno. E questo è l'altro volto, quello oscuro, quello che sempre è nascosto, delle economie keynesiane.
francesco latteri scholten.

lunedì 29 settembre 2014

Economia della truffa e terzomondializzazione dell'Occidente: quando finirà la crisi.


Al “quando” la crisi finirà è possibile dare una risposta ben precisa. Non si tratta – ovviamente – della specificazione cronologica di un preciso terminus ad quem temporale, come gl’economisti doc si sforzano con analisi accuratissime – benché false – di dare una risposta. Non si tratta qui né di creare allarme sociale, neppure di minimizzare la res. Si tratta di andare – qui in senso ovviamente economico – alle cose stesse. Sono proprio queste cose stesse quelle che vengono sistematicamente ignorate nella maggior parte, per non dire nella totalità, delle analisi che ci sono propinate. Si tratta sostanzialmente di due fattori, e con essi è possibile dare una risposta al quando la crisi finirà. Non si tratta di fare chissà quali sofisticherie, o scomodare chissà chi, basta il caro buon vecchio Adam Smith: la crisi finirà quando si giungerà all’equilibrio del sistema per quanto concerne i due fattori. Il primo fattore - nella presente trattazione non voglio occuparmi dei "derivati" che sono una delle conseguenze del primo fattore - è quello della antinomia globale del sistema, dove per antinomia non si intende more solito la contraddittorietà, bensì l’essere anti Nòmos, ossia contro il diritto, contro la giustizia. E’ quanto denunciato già a suo tempo ed a ripetizione dal "Professore di Harvard", John Kenneth Galbraith (nell'immagine al conferimento della medaglia per la Pace), sia ne Il grande crollo, sia ne L’economia della truffa. Ci si riferisce al meccanismo – perfettamente legale – delle scatole cinesi e delle scatole cinesi combinate, grazie ai quali quelli che sono di fatto azionisti di minoranza possono muoversi legalmente come se fossero di maggioranza. Questo fattore è uno dei più importanti per quanto riguarda le ultime grandi crisi. E’ un fattore però storico in quanto è stato già il fattore precipuo del crollo di Wall Street nel 1929, e istitutivo della grande crisi mondiale degli anni ’30 del Novecento. Nessun legislatore in nessun Paese ha voluto porre rimedio a questa lacuna nomistica, che dunque permane. Il secondo fattore è un fattore attuale, contemporaneo, che colpisce tutto l’Occidente. Esso è dato e consiste in un movimento speculativo che è esattamente inverso a quello del secondo dopoguerra del Novecento, anni ’50 e ‘60. Lì un management intelligente aveva ben compreso non solo l’inumanità, ma soprattutto la fallimentarietà sul piano economico del capitalismo manchesteriano. Si era cioè capito che l‘ipersfruttamento del lavoratore era non solo abbrutente umanamente, ma distruttivo dell’economia in quanto tale. Si era capito che se il lavoratore invece che 350 euro di oggi al mese – come nei Paesi dell’Est – ne percepisce 1.100, può permettersi uno standard di vita più elevato ed in questo modo incrementare l’intero sistema economico. Oggi da un lato si deporta (uso il termine proprio) manodopera a costi infimi in Occidente, dall’altro si esportano le nuove fonti di occupazione, le fabbriche, in Paesi a basso costo di manovalanza, per poi rivendere i prodotti così ottenuti sul mercato “ricco” dell’Occidente. Ciò che qui in modo miope si ignora – o si finge di non vedere – è quale sia la causa della ricchezza del mercato Occidentale e soprattutto che così se ne distrugge l’origine attuando quella che di fatto è una vera e propria politica economica di terzomondializzazione dell’Occidente. Quando finirà la crisi? Quando, come voleva il buon vecchio Adam Smith e come ribadiva il Professore di Harward, si sarà giunti all’equilibrio.
francesco latteri scholten

lunedì 8 settembre 2014

Economia: esce per Bompiani il bestseller mondiale di Piketty "Il Capitale".


Thomas Piketty, classe 1971, dottorato nel 1993 con Roger Guesnerie alla London School of Economics, assistant Professor al dipartimento di economia del Massachussetts Institute of Technologie dal 1993 al '95 era rimasto praticamente sconosciuto - nonostante la vincita del premio quale miglior giovane economista francese nel 2002 - fino alla pubblicazione dell'edizione in lingua inglese (quella francese è stata ignorata) del suo "Il Capitale nel XXI° secolo", attuale bestseller mondiale assoluto di economia politica. Il volume è una "summa" degli studi di Piketty, la distribuzione del reddito negl'ultimi 250 anni, con il raffronto con altri 4 grandi economisti: Keynes, Ricardo, Balzac e Marx. L'opera riprende in qualche modo il "piglio" di altre due tra le più grandi opere di economia politica in assoluto, "La Ricchezza delle Nazioni" di Adam Smith, l'opera istitutiva di questa scienza e "Il Capitale" di Karl Marx: un'accurata analisi tecnica, sufficientemente semplificata da essere anche accessibile al grande pubblico e scritta in modo avvincente e trascinante. Con esse condivide anche il "dettaglio" utopistico, ne "La ricchezza delle Nazioni" era la mano invisibile giustificativa del "laissez faire" che avrebbe dovuto portare all'autoregolazione del mercato e che invece è stata istitutiva di quel monopolio tanto esecrato dallo stesso Smith; ne "Il Capitale" era l'oppressione alienante del sistema che necessariamente avrebbe portato alla rivolta degl'espropriati ed all'espropriazione degli espropriatori ed anche qui all'autoregolazione del sistema e che invece ha semplicemente portato al passaggio dal capitalismo privato a quello pubblico ancor più feroce... Ne "Il Capitale nel XXI° secolo" si tratta invece di una risoluzione del problema grazie ad una semplice patrimoniale mondiale conseguibile grazie alla collaborazione internazionale di tutti gli Stati. Si uscirebbe così dal problema di fondo emergente dagli studi di Piketty, ovvero dal dato di fatto che negl'ultimi 250 anni nei Paesi Occidentalie e non solo il tasso di rendimento del capitale è stato costantemente superiore a quello di crescita dell'economia e che quindi le diseguaglianze sociali sono destinate ad accrescersi in futuro. Tuttavia è proprio questa tesi di fondo di Piketty a lasciare perplessi, infatti essa a rileggerli - e ne vale ben la pena - è la tesi già contenuta implicitamente ne "La ricchezza delle Nazioni" (si tenga presente che Smith scrive nel periodo di passaggio storico da ricchezza fondiaria a ricchezza industriale / finanziaria) ed anche e più esplicitamente in Marx dove è espressa sia nei celeberrimi due emicicli Merce - Denaro - Merce e Denaro - Merce - Denaro (volume I°), quanto più espressamente nell'analisi finanziaria nei volumi successivi postumi e curati da Engels. Niente di nuovo sotto il sole dunque, come già diceva Qohelet, ma il testo di Piketty si pone comunque come il miglior e più attuale aggiornamento di economia politica disponibile. Bompiani adesso ne ha edita un'edizione italiana (952 pp), economica (22 Euro) ma validissima come suo costume. Le altre due - La ricchezza delle Nazioni" di Smith e "Il Capitale" di Marx sono scaricabili gratuitamente in rete sia in ligua originale che in italiano da diversi siti...
francesco latteri scholten.

sabato 26 luglio 2014

General Motors, nuovo tracollo: - 84%


1,2 miliardi di dollari, questo l'ammontare degl'utili del primo costruttore americano per il primo quadrimestre 2013, con tendenza all'inversione già nell'ultimo periodo. Il dato era comunque sufficientemente positivo da portare finalmente, dopo lunga assenza, di nuovo all'inserimento di GM nell' "index 500" di Standards & Poors". Poi, dopo insabbiamenti e fuorviamenti vari, la venuta a galla dello scandalo della chiavetta dell'accensione, che covava già dal 2005, con il richiamo di diversi milioni di veicoli tra cui la Chevrolet Impala (uno dei modelli di punta da sempre della produzione GM) del 2005 della stessa Laura Anders, dirigente GM. A seguito dell'attraversamento di una cunetta di rallentamento, la vettura si era improvvisamente spenta e bloccata. L'officina cui la Anders si rivolse immediatamente accertò che il fatto era dovuto ad un difetto della chiavetta dell'accensione ed ella segnalò immediatamente la cosa a GM. Solo di recente e dunque con anni di ritardo la vettura della Anders è stata richiamata ed una verifica del caso (e dei ritardi) ha portato alla luce lo scandalo nello scandalo. Il caso è tutt'altro che isolato ed ha portato a diversi incidenti con complessivamente 17 morti. Il mancato immediato richiamo e la mancata immediata modifica di produzione per quanto concerne il difetto, ha fatto sì che l'esplosione dello scandalo abbia portato alla più grande azione di richiamo della storia dell' automobile: sinora sono oltre 20 milioni i veicoli richiamati, cui se ne sono aggiunti altri 8,4 milioni con l'ultimo richiamo. Il danno economico è corrispondente, e rischia di ingigantirsi ancor più per le class actions intraprese dai danneggiati. Immenso il danno d'immagine, immagine che GM aveva faticosamente ricostruita, e con esso il crollo degl'acquisti e degl'utili: solo 190 milioni di dollari nel quadrimestre 2014 con un tracollo dell'84%. Dimensioni tali insomma da mettere di nuovo in discussione il futuro e la stessa esistenza del numero uno dei costruttori americani.
francesco latteri scholten

venerdì 18 luglio 2014

VolksWagen acquista FIAT-Chrysler?


Si sarebbero incontrati Ferdinand Piech e gli Agnelli. VolksWagen acquista FIAT? La domanda, questa volta posta da Michael Freitag dell'autorevole Manager Magazine, è circolata più volte nella storia, come pure quella circa la dismissione del settore automobilistico da parte della famiglia Agnelli. Essa si è sempre posta anche parallelamente ad un "polarismo" tra i due grandi marchi europei ed è coincisa sempre con i momenti di crisi. La prima volta seria è stata alla fine degl'anni '60, quando i modelli di entrambi i marchi erano ormai obsoleti, ancora a motore posteriore per le fasce medio basse (rispettivamente 500, 600, 850 e maggiolino). Allora l' "Avvocato", Gianni Agnelli, e con lui tutta la famiglia, avevano preferenza per il settore finanziario (come ancora oggi) e per quello aereospaziale. E' ad Enrico Cuccia, patron del salotto buono della finanza italiana (e soprattutto detentore delle chiavi delle scatole cinesi finanziarie con cui gl' Agnelli controllano FIAT), che si deve il sì all' anti Golf dal basso, la 127, con cui FIAT diventerà primo costruttore estero in Germania. Tra i due marchi da allora in poi il polarismo, o l'ispirazione reciproca c'è sempre stata, e, se per l'aspetto tecnico ci si è spesso volti ai tedeschi, per il design la palma è ovviamente italiana, ed è importante. Se infatti Cuccia aveva guardato alla Golf, Ferdinand Piech, il manager VolksWagen più importante della storia recente del marchio di Wolfsburg, ha da sempre guardato al design ed al temperamento italiano, specie se il marchio è Alfa Romeo. Tuttavia se l'uomo Piech, come tutti, ha dei sogni, il manager guarda alla realtà con sguardo freddo e disilluso: per il sorpasso di Toyota è necessaria la conquista del mercato nordamericano, dove il marchio tedesco ha le stesse difficoltà che aveva FIAT e che l'azienda italiana ha superato proprio con l'acquisto di Chrysler. La terza delle "tre sorelle" di Detroit ha portato infatti in dote la propria estesa rete di concessionari nonché diversi marchi molto apprezzati (e venduti) negli States: Dodge e Jeep per citarne solo due, ma che fanno rumore sul mercato importante dei Suv e dei Pick up. E' stato proprio il mercato nordamericano, con oltre 900.000 vetture vendute - quasi tutte Chrysler - ad avere salvato il fatturato del gruppo FIAT per il 2013. Ed è qui il problema: VW dovrebbe, ovviamente, acquistare anche FIAT e con essa il suo notevole indebitamento (diversi miliardi) con una spesa complessiva di circa 20 Mld per tutto il gruppo FCA (FIAT-Chrysler Automobiles). Sebbene la cifra possa eventualmente essere in parte recuperata con economie grazie alla produzione di scala (stessi pezzi per i diversi modelli), essa è comunque tale da porre dei problemi non indifferenti alle politiche industriali della casa di Wolfsburg, ad esempio nel settore dei veicoli pesanti, dove si sta guardando a Mann ed a Scania. Insomma, sogni di gloria a parte, il vero interesse sarebbe per Chrysler e tutt'al più anche per Alfa Romeo, ma anche qui c'è una realtà di rilievo che pesa: quella della precedente esperienza di Mercedes proprio con Chrysler.
francesco latteri scholten

giovedì 3 luglio 2014

ISIS, minacce di Al Baghdadi e reale pericolo economico: il Dinaro d'oro.



C'è qualcosa che non quadra, che non torna né nei conti, né nei fatti del Medio Oriente, di Al Qaeda ed adesso dell'ISIL. Non torna, per chiunque abbia presente il documentatissimo "Fahrenheit 9.11", già dalla morte di Osama Bin Laden. Michael Moore ci mostrava infatti (e documentava) i summit tra le famiglie Bin Laden e Bush, Bush e reali sauditi, Bin Laden ex capo della CIA per il Medio Oriente. Si tratta perciò di un quadro ben definito a partire dal quale vanno posti sia gl'interrogativi su Al Qaeda - che si è da ieri apertamente schierata con l'ISIL ma sottobanco lo era da tempo - sia sull'assassinio di Bin Laden. Similmente può dirsi per l'affermarsi ed il dilagare dell'ISIL, che ha sì dalla sua la guerra civile in Siria e la debolezza dell'Iraq, ma anche un agire strategico militare ed economico - prim'ancora del fanatismo religioso - che è tutt'altro che improvvisato: ci sono sì rapine ed assassini a tappeto, sequestri di persona ed altro, ma, soprattutto, un attacco mirato ai centri energetici ed economici: pozzi di petrolio, raffinerie, banche. E' creato così un impero economico miliardario a confronto del quale le disponibilità di Al Qaeda fanno quasi sorridere. Denaro che serve per i reclutamenti di massa. Se tuttavia è vero che "pecunia non olet" è vero altresì che questi ultimi hanno la loro ragione nella reazione alla globalizzazione, che in Medio Oriente si chiama intengralismo islamico e si concreta in una visione totalitaria per la quale religione, cultura e Stato, così come politica ed economia, sono un tutt'uno e lo sono necessariamente. D'altronde è stato così anche da noi dall'editto di Costantino a tutto il medioevo. E' la forma mentis ad esempio di Al baghdadi (me se ne potrebbero citare tantissimi altri, troppi), ed è da qui che scaturisce l'identificazione tipica dell'Occidente e della sua cultura con un cristianesimo che invece è solo una delle sue connotazioni (per di più non più maggioritaria). E' da qui che si afferma: "Non c'è sforzo migliore in questo mese benedetto, o in qualsiasi altro, che il jihad sul percorso di Allah, quindi abbracciate questo cambiamento e promuovete la religione di Allah attraverso il jihad"; o anche:"L'America la pagherà cara, ancora di più rispetto a quello che è stato fatto da Osama Bin Laden". E' così che origina la farneticante concezione di colpire Roma e con essa il cristianesimo e perciò l'Occidente, in una triplice aberrante identificazione. Tuttavia, sebbene la minaccia bellica e terroristica sia tutt'altro che da sottovalutare, ed il 9.11 ne è una dimostrazione concreta, la vera minaccia viene da altrove, come ha ben evidenziato Loretta Napoleoni (consulente per la BBC e la CNN) già nel 2008 quando si parlava di Al Qaeda, ma ancora non dell'ISIL. Un altrove che non è il ricatto energetico implicito nel possesso dei pozzi petroliferi, bensì nella concrezione economica prorpio di quella istituzione religioso politica islamica che l'ISIL si prefigge di reistituire: il Califfato. Esso infatti comprende nell'immaginario collettivo islamico il Dinaro d'oro, moneta islamica per ben 13 secoli, esso - scrive la Napoleoni - "esercita su moltissimi musulmani un fascino storico culturale e teologico". C'è un precedente storico assai recente in proposito, quello della Malesia nel 2001, fallito per l'opposizione USA. La reistituzione del Dinaro d'oro sarebbe l'atto più destabilizzante possibile nei confronti dell'Occidente, come già notava Jude Wanniski consigliere economico di Ronald Reagan: "Con il Dinaro d'oro il mondo islamico avrebbe la migliore valuta del mondo. Gli Usa sarebbero nuovamente costretti ad agganciare il Dollaro all'oro e l'Euro ed il blocco Yuan/Yen altrettanto. Il motivo è che la valuta migliore diventa una calamita per la finanza internazionale, perché esportatori ed importatori di ogni Paese possono risparmiare le centinaia di miliardi di dollari all'anno che ora spendono per proteggersi dalle oscillazioni valutarie del commercio globale." E' qui la vera destabilizzazione dell'Occidente, d'altronde obbiettivo dichiarato all'epoca da Al Qaeda ed oggi dall'ISIL.
francesco latteri scholten

giovedì 19 giugno 2014

ISIS controlla più grande raffineria Iraq. Scontro Iran - Arabia saudita sullo sfondo...




Ancora si combatte ma il controllo della raffineria di Baidschi è ormai nelle mani dell'ISIS, mentre l'Iraq implora l'intervento aereo degli USA. Exxon Mobile, BP e Siemens hanno evacuato i propri addetti nei territori occupati dall'ISIS. Invero la situazione - che resta assai complessa ed intricata - inizia ad assumere connotazioni decifrabili anche agli osservatori esterni al mondo arabo: il Presidente iraniano Ruhani infatti ha iniziato la mobilitazione di miliziani ed è intervenuto con una dichiarazione pubblica di eventuale difesa armata dei luoghi sacri dell' Islam sciita, segnatamente Kerbala, Nadschaf, Kadhimija e Samarra - luoghi di culto sciiti sin dall'epoca medioevale - che "non saranno lasciati nelle mani di assassini e terroristi"; di contro ha fatto eco subito il principe Faisal che ha messo in guardia contro interventi esterni in Iraq e sostenuto l'unità nazionale dello stesso. Confronto dunque tra le due grandi potenze arabe della regione, ma complicato dalle connotazioni religiose invocate ovvero dal confronto tra sciiti e sunniti. Complicato anche dalle implicazioni della storia recente dell' Iraq, sono infatti passati all' ISIS gli ex sostenitori di Saddam Hussein, nonché dalla guerra civile siriana di cui hanno profittato anche i curdi. L'obbiettivo immediato, del resto già parzialmente realizzato è la creazione di uno Stato transnazionale sunnita, la quale però di fatto altererebbe gl'equilibri di potere tra Iran ed Arabia saudita pesantemente a favore di quest'ultima sia per il controllo del petrolio, sia, di riflesso per quello religioso. Ma il controllo delle fonti energetiche in mano agli jihadisti è cosa che riguarda direttamente anche sia gl'americani che noi europei come ha prontamente sostenuto il Primo Ministro inglese David Camerun, dichiaratamente a favore di un intervento militare anche con partecipazione inglese. In proposito è però da osservare che questo di fatto invertirebbe la posizione degli USA, Washington invero a colpirebbe con il suo intervento gl'interessi sauditi - sinora suoi maggiori alleati - a favore di quelli dell'Iran con cui è in contratso dai tempi di Khomeini, e questo spiega anche i tentennamenti di Obama. D'altronde le possibbilità pratiche di un intervento restano poche e controverse: attacchi missilistici ed aerei al di là dell'abbattimento di qualche obbiettivo non riuscirebbero a debellare l'ISIS assai ben radicata sul territorio, come anche l'invio di tecnici ed armi al governo iracheno; un intervento diretto invece implicherebbe un coinvolgimento in forze degli stessi USA, e dovrebbe inoltre essere posto in atto proprio dal Presidente che sino ad oggi si è sempre vantato di essere il Presidente che ha riportato i soldati americani a casa...
francesco latteri scholten.

sabato 31 maggio 2014

Unione Economica Euroasiatica: nasce (contro l'Europa) la nuova Unione Sovietica.



Che chi fosse membro "da sempre" prima - brillantemente - della famigerata Lubianka, e poi di quell'altrettanto famigerato KGB che la sostituì ed in cui ebbe funzioni dirigenziali di via via maggior rilievo sino ad assumerne il comando, non potesse non avere dei sogni nostalgici è parso da sempre evidente ai più e specie agl'osservatori più acuti dell'agire politico (e non solo) di Vladimir Putin. Le vicende di Gazprom, ma anche quelle di Yanucovic, testimoniano di una direzione anche energetica ed economica ben precisa: la ricostruzione dell'impero. L'annessione della Crimea ha chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che si tratta di una ricostruzione in cui il fattore strategico e militare sono tutt'altro che assenti. Ora il primo passo è stato compiuto nello scenario fantaimperialista del palazzo dell'Indipendenza di Astana, capitale del Kazakhstan, dove l' Unione Economica Euroasiatica (UEE) è stata sancita ufficialmente dalla triplice stretta di mano di tre ex unionsovietisti doc che più doc non si può: oltre al già citato ex capo del KGB, Nursultan Nazarbaev, già capo del Kazakhstan ai tempi dell'URSS, Aleksandr Lukashenko, anch'egli già presidente bielorusso ai tempi dei Soviet e con il vanto di avere a suo tempo votato contro la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Avrebbe dovuto esserci anche l'Ucraina, ma la vittoria della "infedele" Timoshenko, e soprattutto l'annessione della Crimea ne hanno decretato l'uscita dal progetto. Non solo: anche in Eurasia i tempi non sono più quelli dei Soviet, anche se la realtà sociopolitica ed economica è assai lenta nel suo evolversi, come dimostrano anche solo i nominativi dei leader, e così l'annessione della Crimea ha posto non indifferenti problemi. Proprio per essa tanto Nazarbaev quanto Lukashenko hanno voluto precise e solide garanzie per quanto concerne la sovranità nazionale, il che spiega anche il relativo disimpegno russo in Ucraina. Esso era d'altronde necessario viste le reazioni europee ed americane, ma, soprattutto, le richieste - similari a quelle di Kazakhstan e Bielorussia - fatte anche da Armenia (che entrerà nell' UEE a giugno) e Kirghizistan (che entrerà a fine anno). L' UEE costituirà un mercato importante, 170 Mln di cittadini, e, soprattutto, un solidissimo serbatoio energetico con il 20% delle riserve mondiali di gas ed il 15% di quelle petrolifere. Putin è dunque soddisfatto - ed ha di che esserne - ed i tre della nuova troika sono sembrati a tratti addirittura commossi, anche se la grandiosità del progetto è stata sminuita dal forfait dato da Tagikistan, Uzbekistan ed Azerbajan entrati nella sfera d'influenza USA. Comunque sia adesso sulla scena mondiale c'è un nuovo soggetto messo insieme da tre ex capi Soviet, ed il nuovo nome dell'Unione Sovietica è Unione Economica Euroasiatica.
francesco latteri scholten.